mercoledì 26 luglio 2017

PALAZZO FRESCOBALDI-BORGO SAN JACOPO 

 FIRENZE 

Il Palazzo Frescobaldi di San Jacopo si trova in piazza Frescobaldi angolo Borgo San Jacopo a Firenze, in Oltrarno.
Tipico edificio residenziale magnatizio trecentesco, si trovava un tempo accanto al più importante palazzo familiare dei Frescobaldi, quello accanto al Ponte Santa Trinita, che oggi è sostituito dal Palazzo della Missione.
All'esterno si presenta con un aspetto regolare. Al pian terreno si trovano portali dove si trovavano in antico e si trovano tutt'oggi esercizi commerciali, ed il rivestimento è caratterizzato da grosse bozze regolari in pietraforte, lasciate a vista. I pilastri che affiorano dall'intonaco testimoniano la presenza di un'antica loggia trecentesca dei Frescobaldi. Il primo piano, segnato da una cornice marcapiano, ha una fila di tre finestre sulla piazza, sormontate da archi ribassati e la cui forma non appare rimaneggiata nel corso dei secoli, al contrario di altri palazzi coevi (Palazzo Fagni, Palazzo dei Catellini...). Simile è il secondo piano, ma non presenta alcun marcapiano. Qui il rivestimento è costituito dal più rustico filaretto a vista. Un ultimo piano, oggi intonacato, è forse frutto di un rialzo più tardo.
Sulla superficie esterna si notano varie buche pontaie con solide mensole d'appoggio, che dimostrano come in antico vi dovevano essere appoggiati dei ballatoi lignei che ampliavano la superficie del calpestio ai piani superiori.
ARTEMISIA GENTILESCHI-LA CONVERSIONE DELLA MADDALENA-GALLERIA PALATINA 

 FIRENZE 

La conversione della Maddalena è un dipinto a olio su tela (146,5x108 cm) realizzato tra il 1615 e il 1616 dalla pittrice italiana Artemisia Gentileschi.
La rappresentazione pittorica della Maddalena penitente e quella della conversione della Maddalena coprono uno spettro iconografico molto vasto, potendo l'artista cercare in molti modi diversi il necessario equilibrio tra la sensualità della peccatrice e la sua ascesi spirituale nel pentimento. Tiziano, nella famosa tela conservata anch'essa a Palazzo Pitti, aveva dipinto una Maddalena decisamente sensuale, con un procace seno scoperto, solo in piccola parte celato dai lunghissimi capelli biondi, che reclamava la verità del suo pentimento con gli occhi pieni di lacrime rivolti al cielo.
In questa Maddalena di Artemisia Gentileschi, il contrasto tra sensualità e fede è risolto in modo assai meno provocatorio. Vero è che la santa ha l'aspetto di una donna avvenente, elegante come poteva essere una dama di alto rango, con un suntuoso abito di seta gialla (opera inconfondibile di quello che Roberto Longhi chiamava il "guardaroba dei Gentileschi"!); un abito dagli amplissimi panneggi, con una generosa scollatura che, con noncuranza, mostra appena la nudità di una spalla e la piega del seno. Non c'è nulla di specialmente provocatorio, tanto più che dalla veste lussuosa spunta un piede nudo, simbolo di un proposito di rinuncia; proposito che viene confermato dalla postura delle mani, l'una sul petto, come in atto di riconoscere i suoi peccati, e l'altra protesa a schivare qualcosa che a mala pena si intravede nell'ombra. Si tratta di uno specchio, simbolo per antonomasia della vanitas. Sulla sua cornice si leggono le parole del Vangelo secondo Luca "OPTIMAM PARTEM ELEGIT", ha scelto la parte migliore, quella della ricerca del Signore.
Il viso, incorniciato dai boccoli un po' disordinati dei capelli, appare più mesto che affranto, e lo sguardo sembra ancora esitare prima di rivolgersi verso l'alto. La impaginazione del quadro, con la figura che esce dal buio dello sfondo di una stanza, è decisamente caravaggesca. Ma se Caravaggio, con la sua Maddalena conservata nella Galleria Doria Pamphilj, aveva messo in scena una prostituta, col viso abbassato, le mani in grembo, assisa su una sedia modesta ed i gioielli abbandonati sul nudo pavimento, il verismo di Artemisia non arriva qui a tanto. A conferire un'aria aristocratica alla figura contribuisce anche la poltrona finemente lavorata sulla quale la santa sta assisa. Proprio su un lato dello schienale la pittrice ha posto la sua firma, "ARTIMISIA LOMI".
La tela appartiene – secondo l'opinione pressoché concorde dei critici – al periodo fiorentino ed è verisimile che l'aspetto elegante ed aristocratico della santa risenta dei gusti artistici di una Firenze che, in quegli anni, apprezzava particolarmente i modi pittorici di Cristofano Allori.

Image
XIV Congresso
dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica:

"SCIENZA E NONVIOLENZA.
Disobbedienza civile e ricerca per nuove libertà."






lo Stato italiano deciderà presto se punire con il carcere o riconoscere come un dovere l'aiuto fornito a Fabo Antoniani e a Davide Trentini per morire senza soffrire in Svizzera.

Nel frattempo, anche grazie all'Italia, il diritto umano fondamentale alla libertà di ricerca e a beneficiare della scienza è nell'agenda delle Nazioni Unite a Ginevra.

Sono due risultati di clamorosa importanza, creati a partire da un'organizzazione di 1.600 iscritti, nella disattenzione dei grandi capi della politica ufficiale e in assenza di un vero dibattito sui media.

Una volta all'anno, le persone che fanno vivere questa organizzazione -la tua Associazione Luca Coscioni- si riuniscono per confrontarsi e decidere i nuovi obiettivi. Quest'anno ci riuniamo a Torino, da venerdì 29 settembre a domenica 1 ottobre, per il XIV Congresso.
Abbiamo davanti grandi sfide per creare nuove libertà. Ci sono proibizioni da abbattere, come sulla ricerca sulle staminali embrionali, sulla modificazione del genoma in campo umano e vegetale, sulle droghe. Ci sono riforme da far rispettare contro il boicottaggio del diritto, come sull'aborto, sulla fecondazione assistita, sulle barriere architettoniche, sugli ausili per le persone con disabilità.

La nostra bussola è il metodo scientifico, basato sulla conoscenza e sulla sperimentazione, anche come argine alla crisi della democrazia e dello Stato di diritto.

Insieme possiamo farcela. Con Filomena Gallo e Marco Cappato siamo felici di invitarti al Congresso di Torino e speriamo in una tua risposta positiva.

Un saluto,
Michele De Luca, Marco Gentili, Mina Welby,




Puoi trovare a questo link le informazioni in continuo aggiornamento sul XIV Congresso.

* * * * 
Il Congresso costa almeno 20.000 Euro (5.000 di costi postali e spedizioni, 10.000 euro per logistica, stampa materiali e viaggi e 5.000 per pubblicità), cioè l’equivalente di 200 nuovi iscritti a 100 Euro. Con il tuo aiuto, il Congresso di Torino può diventare il luogo per scienziati, persone malate e disabili, personalità della politica e tanti cittadini che condividono l’urgenza di nuove libertà. Dai un contributo per la convocazione del XIV Congresso. 


Image


CON CARTA DI CREDITO 
o chiama il numero 06.68979300

HAI UN CONTO PAYPAL?
scegli l'importo ed effettua il login sul tuo conto in pochi secondi potrai fare la tua donazione.

CON BONIFICO BANCARIO
intestato a Associazione Luca Coscioni
IBAN: IT79E0832703221000000002549

CON CONTO CORRENTE POSTALE
n. 41025677 intestato aAssociazione Luca Coscioni
Via di Torre Argentina, 76 - 00186, Roma


Seguici su

Facebook

Twitter

Google+





lunedì 24 luglio 2017

MAESTRO DELLA CAPPELLA VELLUTI-LA MAESTA'-GALLERIA DEGLI UFFIZI 

 FIRENZE 

La Maestà con i santi Francesco e Domenico è un dipinto a tempera e oro su tavola (133x82 cm) del Maestro della Cappella Velluti della bottega di Cimabue o di un suo seguace influenzato dalle novità di Giotto, databile al 1295-1305 circa e conservato nella Collezione Contini Bonacossi.
L'opera faceva parte della collezione Hutton di Londra, dove venne acquistata, con il trittico della Madonna col Bambino e i santi Pietro e Paolo di Ugolino di Nerio, da Alessandro Contini Bonacossi, in un viaggio con Roberto Longhi e la moglie Vittoria. Pare che fu proprio la donna a intuire il valore di «un quadro brutto e polveroso che poi si rivelò un Cimabue». Rimasta nella collezione personale del conte, venne poi ceduta dagli eredi allo Stato italiano ed esposta nella Galleria degli Uffizi di Firenze
Il dipinto aveva originariamente forma rettangolare anziché cuspidata ed è molto simile nell'impostazione alla Maestà di Santa Maria dei Servi a Bologna. Roberto Longhi (1948) assegnò l'opera sicuramente a Cimabue, confermato da Bologna (1960), mentre la maggior parte dei critici l'hanno ricondotto in seguito alla bottega. Tra questi Salvini (1956), Salmek Ludovici (1956), Ragghianti (1957), Berenson e Salmi.
Garrison (1949) parlò di un tardo seguace di Cimabue, lo stesso autore della Maestà di Santa Maria dei Servi a Bologna con datazione 1310-1315. Brandi parlò di un artista anonimo (1951). Venturoli parlò addirittura del giovane Giotto, mentre Luciano Bellosi chiamò in causa un allievo di Cimabue poi distintosi da questo e influenzato dalle novità di Giotto, il cosiddetto Maestro della Cappella Velluti.
La tavola è quindi attribuibile alla bottega di Cimabue o ad un suo seguace, ma non a Cimabue stesso.
La pala mostra una Madonna in trono col Bambino tra due angeli appoggiati alla spalliera e con a fianco i due santi fondatori degli ordini mendicanti principali: san Francesco e san Domenico.
Il trono è in tralice e reso con la cosiddetta prospettiva inversa, dove le linee divergono anziché convergere verso l'infinito. Riprende quello della Maestà del Louvre (1280 circa), ma nel complesso appare frammentario: lo schienale appare centrato a sé e anche i gradini alla base sono privi di scorcio, sebbene risulti convincente la posizione della Madonna che per sostenere il Bambino ha alzato un ginocchio poggiandolo sul gradino superiore.
I volti, di una "soavità ambigua" (Sindona), non hanno quella gravitas cimabuesca: un certo addolcimento nelle figure degli angeli viene in genere messo in relazione con l'influenza dell'allora giovane Giotto.
Le pieghe strettamente fascianti ricordano Cimabue, ma la caduta verticale di esse (ad esempio sul mantello che ricopre la testa della vergine) ricordano sicuramente Giotto.
In generale le figure sono snelle, hanno i volti magri e non hanno quella espansione in larghezza tipica di Cimabue. La Madonna appare troppo attillata, le figure dei santi troppo snelle. Le vesti hanno le pieghe stiacciate e cadenti verticalmente. Manca all'opera anche quella grandiosità, maestosità e respiro tipico dell'arte cimabuesca e un impiego vistoso delle novità giottesche.
Una datazione intorno al 1295-1305 sembra la più ragionevole, in conseguenza dell'impostazione cimabuesca e dei forti influssi giotteschi al tempo stesso. Inoltre, la chiara ispirazione alla Madonna di Arnolfo di Cambio per il duomo di Firenze (1296) e l'assenza di barba nel volto di san Francesco, giustificano una datazione intorno all'anno 1300.
PAOLO UCCELLO-L'OROLOGIO DI SANTA MARIA DEL FIORE 

 FIRENZE 

L'Orologio di Santa Maria del Fiore è un affresco (470x470 cm) di Paolo Uccello, databile al 1443 e conservato sulla controfacciata del Duomo di Firenze.
Gli anni quaranta del Quattrocento furono anni di intensa attività di Paolo Uccello alla decorazione interna di Santa Maria del Fiore, avviati nel 1436 col Monumento equestre a Giovanni Acuto e proseguiti nei primi anni del quinto decennio con le vetrate della Natività e della Resurrezione. Una terza vetrata, l'Annunciazione, non esiste più, distrutta nel 1828.
Pagamenti sono registrati il 22 febbraio 1443 per le teste (lire 10) e il 2 aprile per la decorazione dell'intero orologio.




L'orologio liturgico, dotato di un meccanismo nei vani interni della controfacciata, seguiva un movimento innanzitutto opposto agli orologi odierni, cioè antiorario, ed era diviso in spicchi che segnavano ventiquattro ore, segnate con numeri romani. Segue la cosiddetta hora italica, un giorno diviso in 24 "ore" di durata variabile a seconda delle stagioni, che comincia al suono dei vespri. Un impianto simile si trova, ad esempio, nella Torre dell'Orologio in piazza San Marco a Venezia, risalente alla fine del XV secolo.
I settori, bianchi, sono disposti a raggiera attorno a un disco scuro dove ruota la lancetta dorata, e a sua volta inscritti in una quadrato dove i quattro angoli sono riempiti con teste monumentali di santi. Si tratta di quattro figure con aureola, forse evangelisti o forse profeti, che si affacciano da oculi tondi simulanti un rilievo prospetticamente organizzato, e che guardano in varie direzioni, sporgendosi. In queste figure monumentali e acutamente espressive si colgono le influenze delle solenni figure di Lorenzo Ghiberti, tormentate da un pathos derivato dall'esempio di Donatello (Profeti del Campanile di Giotto). A quest'ultimo scultore rimanda anche il forte accento plastico delle teste.

Se si trattasse di evangelisti l'identificazione col tradizionale ausilio degli animali-simbolo potrebbe essere devoluta a una caratterizzazione dei tratti fisionomici in modo da richiamare l'animale (o, nel caso di Matteo, l'angelo) simbolico.

domenica 23 luglio 2017

    FIRENZE BIGLIA ROMPE VETRO DI UN AUTOBUS dell'A.T.A.F.    

Lo schianto di una biglia lanciata contro i vetri di un autobus del trasporto pubblico a Firenze ha destato paura tra i passeggeri e fatto scattare l'allarme alle forze dell'ordine. E' successo verso mezzogiorno. Non c'è stato nessun ferito tra persone a bordo, una ventina, tuttavia molta è stata la concitazione nell'episodio; alcuni passeggeri avrebbero associato la rottura dei vetri a spari contro il mezzo.
    Nell'intervento i carabinieri hanno isolato una parte di via Baracca vicino al ponte ferroviario. Il bus, della linea 35, è stato ispezionato, poi è stata trovata in strada, nelle vicinanze, una biglia. I passeggeri avevano associato il rumore secco della rottura dei vetri di un finestrino, a spari tirati contro il mezzo. Un equivoco risolto dalle ricerche dell'Arma.
    In realtà era stato il lancio della biglia, e il danno provocato, a causare il rumore.