martedì 30 dicembre 2014

Buddismo e Società n.102 - gennaio febbraio 2004
Saggi
Sette sentieri per l'armonia globale
Il sentiero del disarmo
di Daisaku Ikeda


Foto: M.Barozzi
Il disarmo nucleare, totale e incondizionato, non è un’utopia: la storia degli ultimi decenni dimostra che ci sono stati seri tentativi di raggiungere tale risultato da parte delle potenze mondiali. In quest’ultima puntata, che chiude la serie ripresa dal libro For the Sake of Peace – in italiano con il titolo Per il bene della pace, Esperia edizioni – Daisaku Ikeda afferma chiaramente che il disarmo totale dovrebbe essere l’obiettivo più importante di tutte le nazioni del mondo e di ogni persona consapevole, per evitare che il mondo si avvii verso la distruzione. Il tema del disarmo completo, fondamentale nella prospettiva della nonviolenza, è al centro della Proposta di pace 2004, di prossima pubblicazione


L’8 settembre 1957 Josei Toda, ripresosi momentaneamente dalla grave malattia che lo avrebbe portato alla morte, raccolse le forze rimastegli per appellarsi ai giovani, lanciando un eroico grido in difesa del diritto alla vita di tutti gli esseri umani: «Noi, i cittadini del mondo, abbiamo l’inviolabile diritto di vivere. Chiunque minacci tale diritto è un demone, un mostro. […] Anche se una nazione utilizzando le armi nucleari conquistasse il mondo, i conquistatori dovrebbero essere considerati diavoli, l’incarnazione del male. Credo che tutti i giovani giapponesi abbiano la missione di diffondere questa consapevolezza in tutto il pianeta».1
Come le sue parole rendono chiaro, Toda pensava che l’uso delle armi nucleari dovesse essere bandito incondizionatamente. Per realizzare la sua volontà ho sottolineato l’urgenza di compiere dei passi specifici verso l’adozione di un trattato che proibisca lo sviluppo, il possesso e l’uso delle armi nucleari. La dichiarazione di Toda è estranea a qualunque interesse ideologico o nazionale ed è superiore a qualunque tesi fondata su politiche di potere, come quelle della deterrenza nucleare o della guerra atomica limitata. Per questo motivo brillerà eternamente. Essa manifesta il suo ardente desiderio di garantire a ogni essere umano il fondamentale diritto di vivere in pace. Toda desiderava sinceramente che nessuno dovesse mai soffrire di nuovo a causa di una guerra e il suo sguardo lungimirante anticipava il concetto di sicurezza dell’umanità che sempre più persone invocano oggi. Ciò che voglio mettere in risalto è che la sua dichiarazione intendeva esortare le giovani generazioni a condurre una lotta senza compromessi contro il male contenuto nella vita umana, il nemico invisibile responsabile dell’esistenza delle armi nucleari.
Nel gennaio del 1956, l’anno prima della dichiarazione di Toda, John Foster Dulles, allora segretario di stato degli Stati Uniti, annunciò la “politica del rischio calcolato” che si basava sull’uso limitato delle armi. Nel maggio dello stesso anno, il Regno Unito effettuò esperimenti nucleari. Gli Stati Uniti sganciarono la loro prima bomba all’idrogeno sull’atollo di Bikini. Il disaccordo tra Stati Uniti e Unione Sovietica divenne sempre più palese quando, nell’ottobre del 1956, il presidente Dwight Eisenhower rispose all’appello del premier sovietico Nikolai Bulganin per un blocco degli esperimenti nucleari dichiarandolo un tentativo di interferire negli affari interni degli Stati Uniti. Nel maggio del 1957 l’Unione Sovietica effettuò a sua volta un esperimento nucleare. Il Regno Unito sperimentò la sua prima bomba all’idrogeno nell’isola di Christmas. Durante questo periodo gli Stati Uniti condussero una serie di analoghi esperimenti nel Nevada. Allo stesso tempo, tuttavia, il movimento antinucleare stava guadagnando forza. Il chimico e pacifista americano Linus Pauling raccolse le firme di duemila scienziati americani per un appello in favore della cessazione degli esperimenti nucleari. La Conferenza mondiale per la pace emanò l’Appello di Colombo, chiedendo l’immediata e incondizionata cessazione degli esperimenti nucleari. In agosto, l’Unione Sovietica annunciò la riuscita sperimentazione di un missile balistico intercontinentale (ICBM). In dicembre, gli Stati Uniti lanciarono con successo l’ICBM Titan. Con questi sviluppi, la corsa agli armamenti tra le due nazioni acquistò ulteriore impeto.
Su questo sfondo di crescenti tensioni tra il blocco orientale e quello occidentale, Josei Toda intuì che le armi nucleari minacciavano diabolicamente il diritto dell’umanità di continuare a esistere, e insistette sull’importanza di far giungere questo messaggio al mondo intero. Percepisco una profonda riflessione e una grande saggezza dietro la sua decisione di fare della sua dichiarazione contro le armi nucleari la sua più importante direttiva e il suo mandato finale ai giovani. Le armi nucleari sono il male assoluto, la loro distruttività è apocalittica, e perciò esse richiedono reazioni e modi di pensare diversi da quelli applicati alle armi convenzionali, alle quali esse non possono – non devono – essere equiparate.
È sorprendente che a quel tempo i poteri letali e distruttivi delle armi nucleari fossero considerati invece qualitativamente simili, per quanto quantitativamente superiori, a quelli delle armi convenzionali. A causa di ciò furono pochi quelli che prestarono ascolto al grido di Toda. Persino in Giappone, l’unica nazione al mondo ad aver subito un bombardamento atomico, i commenti sulla bomba all’idrogeno come bomba “pulita” e sull’importanza per la pace degli esperimenti nucleari erano correnti. Le persone come Albert Einstein, che disse che «il lancio della bomba atomica ha cambiato tutto tranne il nostro modo di pensare», erano in minoranza. La filosofia di Josei Toda aveva l’intrinseco potere di capovolgere tutti gli altri modi di pensare. Questo è il motivo per cui, benché altre teorie della pace basate su ideologie di destra o di sinistra non siano sopravvissute alla naturale selezione del tempo, la sua dichiarazione contro le armi nucleari si erge ancora luminosa e attuale.
Sulla natura della minaccia di estinzione posta in essere dalle armi nucleari, il giornalista americano Jonathan Schell arriva a dire: «L’estinzione è più terribile – è il nulla più radicale – perché l’estinzione mette fine alla morte proprio come indubitabilmente mette fine alla nascita e alla vita. La morte è solo morte; l’estinzione è la morte della morte».2
La micidiale e apocalittica natura delle armi nucleari fa nascere l’impressionante concetto di “morte della morte”. La terra desolata che un conflitto atomico globale lascerebbe dietro di sé sarebbe un luogo totalmente privo di significato, dove non esiste né la morte né nessun’altra cosa. Per impedire che accada una simile atrocità, dobbiamo perseverare nei nostri sforzi fin quando la filosofia di Toda non sia diventata lo spirito prevalente della nostra epoca.
Anche Bertrand Russell definì le armi nucleari il male assoluto, e io concordo pienamente con lui. Il male non sta solo nel loro enorme potere di causare distruzione e morte ma anche nella profonda sfiducia che emana dal loro possesso. Questa sfiducia ha creato il cosiddetto culto della deterrenza, la convinzione che le armi nucleari siano necessarie per proteggersi contro le armi nucleari. Ma più le persone hanno fiducia nelle armi, e meno si fidano l’una dell’altra. Cessare di riporre fiducia nelle armi è il solo modo per coltivare la reciproca fiducia tra i popoli.

La rinuncia alle armi nucleariAlcuni potrebbero pensare che la rinuncia mondiale alla guerra sia un sogno impossibile, ma bisogna ricordare che appena un quarto di secolo fa i rappresentanti degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica parlarono seriamente alle Nazioni Unite della possibilità dell’eliminazione di tutte le armi. Nel 1959, nel suo discorso alla quattordicesima Assemblea generale delle Nazioni Unite, il premier sovietico Nikita Chrusciov propose l’eliminazione di tutte le armi. La proposta includeva un programma dettagliato per il disarmo generale e completo.
Nello stesso anno, la bozza congiunta di risoluzione delle ottantadue nazioni sul “disarmo generale e completo”, invocante il disarmo totale, fu adottata all’unanimità dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Nel 1961, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica raggiunsero un accordo sugli otto principi dei negoziati sul disarmo, ed entrambi i paesi riferirono all’Assemblea generale delle Nazioni Unite sui risultati dell’accordo. In settembre, il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy tenne il suo primo discorso alle Nazioni Unite, presentando un nuovo piano per l’eliminazione delle armi, noto come il Programma per il disarmo generale e completo in un mondo pacifico.
Nel 1962 i due paesi sottoposero la bozza del trattato sul disarmo generale e completo alla Conferenza del comitato dei diciotto sul disarmo, di recente istituzione, i cui lavori furono centrati principalmente sulla discussione della bozza.
Ciò che di fatto seguì, tuttavia, fu l’intensificarsi della corsa agli armamenti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Se il mondo vuole entrare in una nuova era di riduzione delle armi, dovrebbe esserci una nuova partenza basata sul ritorno allo spirito originale del disarmo.

Il disarmo è la volontà popolare
Un fattore incoraggiante è che la maggioranza dei cittadini è a favore dell’abolizione delle armi nucleari, persino all’interno degli stati nucleari come gli Stati Uniti o il Regno Unito e i loro alleati. Questo fatto è stato rilevato da un sondaggio d’opinione condotto dalle ONG tramite agenzie demoscopiche nei paesi partecipanti alla campagna Abolition 2000. Gli stati nucleari giustificano in parte il possesso di armamenti nucleari col sostegno della cittadinanza, ma i risultati di questa indagine smentiscono le loro asserzioni.
È stato messo in evidenza che sia gli stati nucleari sia quelli che aspirano a diventarlo cercano nelle armi nucleari non solo la sicurezza nazionale ma anche la conferma del proprio prestigio internazionale. Perciò, un punto di partenza per arrivare a un cambiamento è mettere in discussione questi punti di vista e la mentalità di potenza dalla quale questa definizione di prestigio deriva.
In questo senso, gli sforzi per cambiare alla base il modo di pensare degli individui vanno incontro esattamente alle richieste dei nostri tempi. Via via che queste campagne guadagneranno un sostegno sempre maggiore tra la gente comune, nascerà una nuova superpotenza fondata sulla fiducia e sulla solidarietà, che sostituirà le superpotenze dipendenti dagli arsenali nucleari e guidate dal culto della deterrenza.
L’obiettivo comune dell’attuazione di un trattato per la proibizione delle armi nucleari può essere raggiunto solamente tramite il rafforzamento della solidarietà dei cittadini.
Gli ostacoli a un tale trattato si fondano su illusioni sempre più evidenti. Se gli Stati Uniti e la Russia non sono più nemici, l’idea della deterrenza nucleare, che finora è stata la giustificazione dominante del dispiegamento delle armi nucleari, perde completamente di significato. Perciò, non c’è motivo di mantenere una riserva di migliaia di testate nucleari. Noi invitiamo questi due paesi a eliminare completamente i loro arsenali nucleari, perché questa azione avrebbe una grande importanza simbolica per la causa del disarmo mondiale. Se gli Stati Uniti e la Russia imboccassero questa direzione, cosa fino ad ora ritenuta impossibile, fornirebbero sicuramente un grande impulso al processo del disarmo mondiale e spianerebbero il sentiero per la convocazione di conferenze internazionali, con la partecipazione delle altre potenze nucleari, mirate alla totale eliminazione degli armamenti nucleari in tutto il pianeta.
Per di più, il problema degli armamenti nucleari non è confinato agli Stati Uniti e alla Russia. Ci troviamo di fronte anche al serio problema di come prevenire la proliferazione nucleare mondiale. È mia convinzione che sia necessaria una nuova organizzazione internazionale per affrontare integralmente il problema sempre più complesso delle armi nucleari.
Una giustificazione del mantenimento degli arsenali nucleari è la tensione tra le due Coree. La pace nel Nordest asiatico è sempre stata una mia sincera speranza alla luce del potenziale che la regione possiede. Sono motivato anche dal profondo rammarico per le grandi sofferenze che la guerra di aggressione giapponese ha causato in tutta la regione. Negli ultimi anni, le relazioni sono costantemente migliorate in direzione del superamento di cinquant’anni di contrasti e della creazione della pace. Per arrivare a queste mete è essenziale coltivare la fiducia in tutta la regione. In questa prospettiva, nella mia proposta alle Nazioni Unite del 1997 ho invocato la creazione di una zona denuclearizzata nel Nordest asiatico, e in quella del 1999 ho proposto l’istituzione di una Comunità per la pace del Nordest asiatico che includa le due Coree e i paesi confinanti.
Il programma di sviluppo nucleare della Corea del Nord è stato lo scoglio maggiore al miglioramento delle relazioni. Sebbene sulla questione sia stato raggiunto un accordo tra Washington e Pyöngyang, nel Congresso degli Stati Uniti è emersa una forte opposizione a quell’accordo, e il cammino della distensione incontrerà ancora molti ostacoli. 
Ciononostante, l’importanza degli accordi raggiunti attraverso il dialogo tra le due Coree e tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti non deve essere sottovalutata.
È importante non farsi influenzare emotivamente dall’andamento del processo del dialogo e non cadere nel pessimismo quando l’attuazione degli accordi va a rilento. Un futuro pacifico può essere creato solo gradualmente, grazie ai risultati conseguiti l’uno dopo l’altro nel corso di molti colloqui e alla lenta ma continua attuazione di ogni accordo.

“L’abbandono delle armi da fuoco”
Foto: M.Barozzi

Un altro falso presupposto molto diffuso è che l’umanità non ha mai rinunciato alle armi tecnologicamente “superiori” e che perciò il disarmo nucleare è impossibile. Ma nel suoL’abbandono delle armi da fuoco: il ritorno del Giappone alla spada, 1543-1879, il professor Noel Perrin, del Dartmouth College, fa delle osservazioni molto stimolanti a questo proposito.
Durante i cinquant’anni tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, dopo la vittoria del famoso signore della guerra Oda Nobunaga nella battaglia di Nagashino del 1575, l’uso delle armi da fuoco in Giappone era al suo apice, sia dal punto di vista della qualità tecnologica sia da quello della quantità. In quell’epoca le armi da fuoco erano certamente più comuni in Giappone che in qualunque altra parte del mondo. Tuttavia, nei secoli successivi, nel corso dell’intero periodo Tokugawa (1603-1867), la classe guerriera «scelse di abbandonare le armi moderne e di ritornare a quelle più primitive», a dispetto della maggiore efficacia delle prime.3 Vale a dire che i guerrieri giapponesi rifiutarono il fucile e tornarono alla spada. Da quel momento in poi, la quantità e la qualità delle armi da fuoco usate in Giappone si ridussero notevolmente.
Il professor Perrin propone un certo numero di spiegazioni di questa inversione. Una di quelle che colpiscono di più è la natura della spada come simbolo dello spirito umano e della moralità. In altre parole, i giapponesi basarono la loro scelta delle armi su ciò che potrebbe essere definita una pura consapevolezza estetica interiore. Come conseguenza, Edo (l’attuale Tokyo), che all’epoca era la città più popolata del mondo, gradualmente e pacificamente sviluppò un alto livello tecnologico nei sistemi idrici, fognari e di viabilità, mentre le fabbriche di armi da fuoco passavano da una produzione controllata a un’attività talmente ridotta che nella metà del XIX secolo la maggior parte delle persone avevano totalmente dimenticato l’uso delle armi da fuoco.
Dicendo che «i giapponesi praticarono un controllo selettivo»4, Perrin sviluppa due insegnamenti impliciti nell’esperienza giapponese: «Primo, un’economia a crescita zero è perfettamente compatibile con una vita prospera e civile. Secondo, gli esseri umani non sono necessariamente vittime passive della loro conoscenza e tecnologia come la maggior parte degli occidentali sembra supporre».5
Il secondo punto in particolar modo incoraggia la promozione degli attuali negoziati sul disarmo. Ovviamente, non si può certo tracciare una precisa corrispondenza tra la questione delle armi nucleari che il mondo ha oggi di fronte e le condizioni geopolitiche che permisero allo shogunato Tokugawa di adottare una politica di isolamento e di mantenere un controllo relativamente pacifico sul Giappone dal XVII al XIX secolo. Nondimeno, scegliendo sulla base di motivazioni interiori e spontanee generate da considerazioni morali ed estetiche, anziché per mero calcolo dell’efficienza delle diverse armi, il popolo giapponese di quell’epoca fu in grado di abolire virtualmente le armi da fuoco. Questo fatto sferra un duro colpo alla moderna opinione, passiva e pessimistica, che quel che è fatto è fatto e non si può tornare indietro.

Il disarmo in corso
Nella nostra era il disarmo è già cominciato. Alla fine del 1995 ho avuto occasione di incontrare per la seconda volta Oscar Arias Sanchez, ex presidente del Costa Rica e premio Nobel per la pace. Durante uno scambio di opinioni sui temi della guerra e della pace, Arias Sanchez ha sottolineato che le spese militari dovrebbero essere tagliate e i fondi così risparmiati spesi invece per promuovere l’educazione e la cultura. In realtà, il suo ideale è l’eliminazione delle armi in tutto il mondo.
Dopo la seconda guerra mondiale, per ricostruire l’Europa fu promosso il Piano Marshall. Arias Sanchez sostiene che un nuovo Piano Marshall mondiale sia ora necessario affinché quelle risorse possano essere investite nello sviluppo umano anziché negli armamenti. Benché un simile discorso potrebbe essere facilmente scartato come mero idealismo, le asserzioni di Arias Sanchez sono convincenti in quanto la Costituzione del Costa Rica, adottata nel 1949, è di fatto riuscita ad abolire le forze armate di quella nazione.
Alcuni potrebbero dire che questo risultato è stato possibile solo perché il Costa Rica è un paese piccolo. Nondimeno, l’eliminazione degli armamenti su una scala più ampia non è del tutto impossibile, come è dimostrato dall’abolizione della schiavitù, dell’apartheid e di altre istituzioni inumane quando le persone sono finalmente arrivate a riconoscerne l’inutilità e la dannosità.
Seguendo le esortazioni di Arias Sanchez, un paese limitrofo del Costa Rica, il Panama, nell’ottobre del 1994 ha modificato la propria costituzione per eliminare il fondamento legislativo dell’esistenza delle sue forze armate. Anche Haiti, benché debba superare ancora molti problemi, ha cominciato a smantellare l’esercito e a muoversi in direzione dell’abolizione delle forze armate.
A livello mondiale, però, finora ci sono stati pochi progressi verso l’attuazione del disarmo nucleare. Più di dieci anni sono passati dalla fine della guerra fredda, ma sul nostro pianeta esistono ancora più di trentamila testate nucleari. Non è stato fatto alcun passo avanti né verso la ratifica del Trattato di riduzione delle armi strategiche russo-americano né verso la riduzione di altri tipi di armi nucleari. Dopo la proroga indefinita del Trattato di non proliferazione nucleare del 1995, l’unico progresso è stato la decisione della Conferenza sul disarmo di Ginevra dell’agosto del 1998 di iniziare a negoziare un trattato per il blocco della produzione di materiali fissili destinati alla produzione di armi nucleari.
Nel maggio del 1998, l’India e il Pakistan hanno sconvolto la comunità internazionale effettuando test nucleari che hanno evidenziato la loro decisione di sviluppare il proprio arsenale nucleare. In questo modo hanno minato le fondamenta del sistema basato sul Trattato per il bando totale dei test nucleari e sul Trattato di non proliferazione nucleare. Il fallimento della comunità internazionale nel convincere India e Pakistan a rinunciare ai test nucleari ha messo in luce i limiti della dottrina della deterrenza unilaterale che può essere applicata solo dagli stati nucleari. Esiste ora l’evidente pericolo che altri paesi si affrettino a dotarsi di armi nucleari.
Recentemente gli Stati Uniti hanno annunciato l’intenzione di usare una centrale atomica civile per produrre trizio a scopo militare. Il trizio è uno dei materiali usati nelle testate nucleari. Con questa mossa gli Stati Uniti hanno abbandonato la precedente linea di condotta che prevedeva una ferrea separazione fra gli usi civili e gli usi militari dell’energia atomica. Bisogna dire che ciò dimostra l’arroganza delle nazioni nucleari e rende sospetta la sincerità della retorica americana sul disarmo.

Iniziative di denuclearizzazione
In questo scenario, nel giugno del 1998 otto stati non nucleari Brasile, Egitto, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Slovenia, Sud Africa e Svezia hanno stilato una dichiarazione congiunta che invita le cinque potenze nucleari e i paesi in grado di sviluppare armamenti nucleari, come India, Pakistan e Israele, ad adottare misure per il disarmo e la non proliferazione. Inoltre hanno sottoposto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite una bozza di risoluzione intitolata Verso un mondo senza armamenti nucleari: una nuova agenda. Adottata nel 1998, questa risoluzione possiede una concretezza superiore a qualunque altra precedente risoluzione delle Nazioni Unite. Per esempio, sottolinea la responsabilità delle potenze nucleari nel disarmo e chiede di eliminare tutte le armi nucleari non strategiche, di elevare la soglia di allarme bellico e di impegnarsi ufficialmente a non ricorrere per primi alle armi nucleari.
Gli otto paesi, spesso chiamati Coalizione nuova agenda, hanno rinunciato al possesso di armi nucleari e all’ombrello difensivo delle potenze nucleari. Per questa ragione, il loro programma ha ottenuto il sostegno di molte altre nazioni non nucleari. In particolare, la Svezia, il Brasile e il Sud Africa hanno di fatto abbandonato il loro programma di sviluppo di armi nucleari. La proposta della coalizione si basa su una valutazione realistica, espressa dalle parole dell’ex presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso: «Non vogliamo la bomba atomica. Essa genera solo tensione e sfiducia e annullerebbe il processo di integrazione della nostra regione che stiamo permanentemente rafforzando per il benessere del nostro popolo».
Zone denuclearizzate sono state costituite nell’America Latina, nel Pacifico meridionale, in Africa e nel Sudest asiatico. Ciò dimostra che un crescente numero di aree geografiche sta rinunciando a basare la propria sicurezza sugli armamenti nucleari.

Trattato per il bando totale dei test nucleari
Come abbiamo visto, la comunità internazionale si sta muovendo, gradualmente e con molta lentezza, in direzione del disarmo. Un passo importante è stato la firma del Trattato per il bando totale dei test nucleari (CTBT). Nonostante nel settembre del 1996 il CTBT sia stato adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con una maggioranza schiacciante, non è ancora stata fissata una data precisa per la sua attuazione. Per la sua entrata in vigore è necessaria la ratifica delle quarantaquattro nazioni dotate o in grado di dotarsi di armi nucleari. Ma a tutto il 2000 solo ventisei nazioni hanno ratificato il trattato. Dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza – tutte potenze nucleari – solo il Regno Unito e la Francia lo hanno fatto. Non lo hanno ratificato invece né l’India e il Pakistan, che hanno condotto entrambi test nucleari nel 1998, né la Corea del Nord. Ma ciò che più di tutto impedisce al CTBT di entrare in vigore è la bocciatura del decreto di ratifica da parte del senato degli Stati Uniti nell’ottobre del 1999.
Nel 1999 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che raccomanda la ratifica del trattato, ma l’entrata in vigore del trattato sembra quasi impossibile, a meno che l’opinione pubblica mondiale non insorga a favore della ratifica.
In questo senso, è importante fare ulteriori passi versi il disarmo, particolarmente costruendo tra le nazioni nucleari il consenso verso un impegno consapevole al disarmo. Un obiettivo a breve termine deve essere la firma di un trattato che proibisca la produzione di materiale radioattivo utilizzabile nella fabbricazione di armi nucleari. Come premessa fondamentale al disarmo nucleare è indispensabile un accordo per prevenire l’ulteriore proliferazione delle armi nucleari.
È anche necessario creare un clima internazionale che consenta la riduzione delle armi nucleari. I negoziati tra Stati Uniti e Russia relativi al Trattato di riduzione delle armi strategiche (START) si sono arenati a causa della riluttanza della Russia a ratificare lo START II. Esorto entrambe le nazioni a superare lo stallo nei negoziati così da poter attuare il trattato. Subito dopo, devono procedere con i negoziati per lo START III per gettare le fondamenta della fase successiva del disarmo, che deve vedere coinvolte nei negoziati tutte le potenze nucleari, comprese il Regno Unito, la Francia e la Cina.

Le chiavi per il disarmo: la fiducia e il dialogo
Al punto in cui siamo dovremmo chiederci quale sia l’ostacolo che impedisce il disarmo immediato. La risposta è che l’unico vero ostacolo è la sfiducia. George Kennan, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Unione Sovietica e famoso polemista sul tema del disarmo, considera questa sfiducia un’idea fissa costituita da un certo numero di elementi. «Si tratta di una specie di idea fissa formata da molte componenti. Ci sono paure, risentimenti, orgoglio nazionale e orgoglio personale. Ci sono interpretazioni distorte delle intenzioni dell’avversario e talvolta addirittura il totale rifiuto di considerarlo. C’è la tendenza delle comunità nazionali a idealizzare se stesse e a disumanizzare gli avversari. C’è la cieca e ristretta prospettiva dei militari di professione, e la loro tendenza a rendere la guerra inevitabile presupponendone l’inevitabilità».6 Essere ossessionati da questo genere di idea fissa è una cosa orrenda.
Lo scambio di opinioni tra i leader delle varie nazioni è il modo migliore per eliminare la sfiducia profondamente radicata esistente tra esse. In una visione a lungo termine, il superamento di questa sfiducia può costituire la causa indiretta per arrivare al disarmo e diventare così la chiave della pace mondiale.
Indubbiamente la strada verso il disarmo è lunga e impervia, e gli insuccessi dei precedenti negoziati non ispirano certo un facile ottimismo. Nondimeno, la strada deve essere percorsa. Gli uomini hanno costruito le armi nucleari con le proprie mani, e con le proprie mani sono dunque in grado di ridurle ed eliminarle. Se restiamo inattivi e manchiamo di farlo, non solo deruberemo le future generazioni dei loro sogni ma, cosa ancor più terribile, data la capacità di distruzione totale delle armi attualmente esistenti, toglieremo loro la stessa possibilità di esistere.

Il potere della gente
È venuto il momento che la gente comune, martoriata dalla guerra e dalla violenza nel XX secolo, assuma il ruolo di protagonista della storia. Deve prendere l’iniziativa di costruire un nuovo ordine fondato sulla simbiosi. Unendosi in un’alleanza che travalichi i confini nazionali, la gente può costruire un mondo senza guerre e fare del terzo millennio un’epoca di brillante speranza.
In effetti, le voci a sostegno di un mondo senza armi nucleari sono ormai così forti che le nazioni nucleari devono ascoltarle, non possono permettersi ancora a lungo di agire solo in base ai propri interessi.
Come buddista, mi sento obbligato a mettere in evidenza le implicazioni più profonde delle armi nucleari e della necessità della loro eliminazione. La posta in gioco non è soltanto il disarmo, ma il superamento sostanziale dell’eredità più negativa del XX secolo: la sfiducia, l’odio e la degradazione dell’umanità, che sono il risultato finale di una barbara lotta egemonica tra le nazioni. Questo superamento richiede che venga affrontata apertamente l’illimitata capacità del cuore umano di generare sia il bene sia il male, di creare e di distruggere.
Le proposte finalizzate all’abolizione delle armi nucleari che ho presentato alla prima, alla seconda e alla terza sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sul disarmo rappresentano le mie speranze di uomo di religione ed esprimono il mio desiderio, come leader della SGI, di proteggere e sostenere le Nazioni Unite.7
La questione dell’abolizione delle armi nucleari va al di là della loro eliminazione fisica. Anche se tutti gli arsenali nucleari fossero distrutti, resterebbe il grave fatto che l’uomo ha ormai acquisito le conoscenze necessarie alla produzione di armi nucleari. È per questo motivo che io affermo che l’unica soluzione reale al problema degli armamenti nucleari sia una lotta incessante contro il male inerente alla vita che minaccia la sopravvivenza dell’umanità. Ed è con questo in mente che Josei Toda affidò ai giovani il compito di diffondere l’idea della dignità di tutti gli esseri viventi come etica dominante del nostro tempo.

Porre fine al commercio delle armi
 

Foto: M.Barozzi
Congelare gli armamenti nucleari all’attuale livello è insufficiente a garantire una pace duratura. È essenziale anche raggiungere un consenso internazionale che imponga limiti massimi a tutte le spese militari, incluse quelle per le armi convenzionali. In ultima analisi, per garantire la sicurezza dell’umanità non può bastare nulla di meno della rinuncia mondiale alla guerra. A questo fine, un importante fattore necessario per la deistituzionalizzazione della guerra è la riduzione del commercio internazionale delle armi convenzionali.
Il commercio delle armi incrementa l’insorgere di conflitti e ne prolunga la durata. Ben lungi dal diminuire, questo commercio aumenta di anno in anno. Secondo il Bilancio militare 1998/99, il rapporto annuale dell’Istituto internazionale di studi strategici, nel corso del 1997 le transazioni di armi erano aumentate del 12%. Il maggior incremento riguardava il Medio Oriente e l’Asia orientale. Il giro d’affari relativo al commercio di armi nel 1997 assommava a un totale di 34,6 miliardi di dollari. Altre ricerche confermano che le zone in cui sono in corso conflitti regionali continuano a essere il principale mercato di esportazione per i trafficanti di armi. In Africa, teatro di numerosi conflitti regionali e interni, esiste addirittura un fiorente mercato di armi di seconda mano.
Nel suo rapporto dell’aprile del 1998, Le cause di conflitto e la promozione di una pace durevole e di uno sviluppo sostenibile in Africa, il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan espresse grave preoccupazione sulla questione, chiedendo ai governi degli stati membri di adottare leggi nazionali che configurino come reato penale la violazione di un embargo di armi stabilito dal Consiglio di sicurezza. Inoltre ha chiesto al Consiglio di sicurezza di fare luce sulle operazioni occulte dei trafficanti internazionali di armi: «Ricavare profitto dalla guerra e dalle carneficine in altri paesi, usarle per accrescere il proprio prestigio e l’influenza del proprio paese, sacrificare spietatamente vite umane per il proprio utile personale … Il commerciò di armi è un male. È un attacco omicida e moralmente imperdonabile all’umanità e alla sua sicurezza. Rappresenta il peggio di cui l’essere umano è capace.
Quando uno stato rafforza la propria potenza militare all’interno di una determinata regione attraverso l’importazione di armi, le tensioni regionali e l’instabilità si acuiscono, perché i paesi confinanti sono a loro volta spinti ad acquistare nuovi armamenti. Allo stesso modo, l’aumento della fornitura di armi alle fazioni coinvolte in un conflitto interno non fa che prolungare e inasprire quel conflitto.» 8
Per rompere questo circolo vizioso occorre agire su due fronti. Il primo passo è quello di ridurre la domanda tramite gli sforzi per disinnescare il sospetto e costruire la fiducia reciproca, il secondo è il blocco dell’offerta di armi nelle aree di conflitto.
Attualmente circa la metà degli stati membri delle Nazioni Unite annota le transazioni di armi nel registro delle armi convenzionali istituito dalle Nazioni Unite nel 1992. È significativo che, sebbene non sia obbligatorio, i principali esportatori di armi, cioè i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza più la Germania, presentino regolari rapporti. Dato che questi sei paesi coprono più dell’85% del totale del commercio di armi, le informazioni da loro fornite offrono un quadro adeguato della situazione generale. Per aumentare la trasparenza, propongo di negoziare un trattato che allarghi questo sistema includendo altri tipi di armi e renda obbligatorio per tutti gli stati membri un rapporto sulle transazioni effettuate. Se applicato, un simile trattato potrebbe promuovere la stabilità mondiale generando fiducia tra gli stati membri e fornendo un sistema di allarme preventivo in caso di improvvise concentrazioni di armamenti.
Ho altre due proposte per frenare il commercio delle armi. Dobbiamo in primo luogo limitare le transazioni illegali. Come si legge nel rapporto del segretario generale Kofi Annan, chiunque fornisca armi o aiuti segreti a una parte in conflitto, specialmente se viola un embargo del Consiglio di sicurezza, dovrebbe essere severamente punito dalle leggi del suo paese. È necessario anche ottenere il consenso della comunità internazionale per includere il reato di traffico illegale di armi tra le competenze del Tribunale penale internazionale.
In secondo luogo, le principali nazioni esportatrici di armi dovrebbero decidere di regolamentarne e limitarne il commercio.
Molte armi, che di fatto sono servite a esacerbare i conflitti regionali, sono state vendute da nazioni con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza. È ormai necessario imporre restrizioni al commercio internazionale di armi e fare uno sforzo maggiore verso il disarmo. Dopo la Guerra del Golfo del 1991, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza avevano avviato delle trattative in questa direzione, che in seguito si sono interrotte. Per riaprire la questione propongo di indire una riunione del G9 (i paesi del G8 più la Cina) su questi temi. Il G9 sarebbe a mio parere la sede adeguata perché includerebbe la Germania, uno dei principali esportatori di armi, e perché darebbe al Giappone e al Canada la possibilità di svolgere un ruolo di mediazione.
La comunità internazionale ha già adottato trattati e convenzioni che mettono al bando sia le armi di distruzione di massa, come le armi chimiche e quelle batteriologiche, sia le mine antiuomo. A tutt’oggi però non esiste alcun programma internazionale di disarmo che limiti da una parte le armi leggere, come i fucili automatici e l’artiglieria di piccolo calibro, e dall’altra gli armamenti nucleari. In questo campo sono stati fatti solo pochi progressi. Nel dicembre del 1998 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che indica entro il 2001 una conferenza internazionale per limitare la disponibilità delle armi leggere. La Convenzione sulle armi chimiche, che era stata firmata nel 1993, è finalmente entrata in vigore nell’aprile del 1997. Questa convenzione può essere considerata come un vero trattato di disarmo in quanto non solo sancisce la distruzione di tutte le armi chimiche esistenti, comprese quelle obsolete o abbandonate nei territori di altri paesi, ma impone anche la demolizione degli impianti per la loro produzione al fine di impedirne anche in futuro la fabbricazione.
L’aspetto importante di questo trattato è che esso impone gli stessi vincoli a tutte le nazioni firmatarie, a differenza del Trattato di non proliferazione nucleare che introduceva delle disparità. Inoltre, al fine di prevenire violazioni, il trattato contempla anche un sistema di ispezioni delle installazioni industriali e prevede anche la possibilità di ispezioni senza preavviso qualora ne venga fatta richiesta. Queste caratteristiche lo rendono un modello ottimale per i futuri trattati di disarmo.
L’efficacia del trattato dipenderà tuttavia dall’atteggiamento dei venti paesi che possiedono o sono ritenuti in possesso di armi chimiche. In modo particolare, la comunità internazionale deve unirsi per convincere quei paesi che, pur possedendo la maggior parte delle armi chimiche esistenti, non hanno ancora ratificato il trattato a firmarlo il più presto possibile.
Credo che il successo di questo trattato, con il suo sistema di verifica altamente attendibile e a largo raggio, sia un’importantissima pietra miliare nel cammino verso il disarmo. Se ogni nazione firmataria osserverà scrupolosamente i termini del trattato e se, grazie alla trasparenza ottenuta tramite le procedure di verifica, verrà restaurata la fiducia, il numero delle nazioni firmatarie aumenterà e il trattato diventerà una efficace istituzione internazionale. Credo che un pieno successo anche solo nell’ambito delle armi chimiche avrà grandi ripercussioni anche su altri settori in cui esiste il consenso ma la ricaduta concreta è ancora minima, come nel caso della Convenzione sulle armi batteriologiche che è entrata in vigore nel 1975 ma la cui efficacia è stata drasticamente ridotta per la mancanza di clausole relative alle ispezioni e alle verifiche.
Un esempio analogo è il proposto trattato per la limitazione dell’uso delle mine antiuomo che ha fatto qualche passo avanti nel 1996. Secondo gli studi della Croce Rossa internazionale, in seguito allo scoppio delle mine antiuomo muoiono ogni mese ottocento persone e innumerevoli altre restano ferite gravemente. La maggioranza delle vittime sono civili, soprattutto bambini. Si calcola che nelle varie parti del mondo siano disseminate attualmente cento milioni di mine inesplose, la cui minaccia resta ancora a lungo dopo la fine degli orrori di una guerra. Chiedo con forza che la comunità internazionale si adoperi con la massima urgenza per l’abolizione totale delle mine antiuomo, che ogni giorno mettono a repentaglio l’integrità fisica e la vita stessa di persone innocenti.

Porre fine alla povertà: i dividendi della pace
Il taglio alle spese sulle armi convenzionali permetterebbe anche di fare dei passi avanti verso il raggiungimento di un altro obiettivo necessario per realizzare un mondo senza guerre: lo sradicamento della povertà. La povertà è una delle principali cause di conflitto, in quanto destabilizza la società. La povertà dà origine al conflitto, che a sua volta aggrava ulteriormente la povertà. Spezzare questo circolo vizioso porterebbe simultaneamente all’eliminazione di una delle cause di guerra e alla soluzione di un’ingiustizia globale. La rimozione delle cause di guerra e di povertà che minacciano la dignità umana incrementerà il godimento dei diritti umani.
Come ho affermato prima, è mia convinzione che sia necessario un cambiamento verso un nuovo concetto di sicurezza dell’umanità, che sia centrato non sulla sicurezza degli stati ma sul benessere della gente. Arnold Toynbee una volta osservò che il modo per determinare se l’assistenza è diretta verso corretti obiettivi a lungo termine è accertare se essa sia progettata per collegare l’assistenza materiale all’assistenza spirituale. Come suggerisce Toynbee, l’assistenza fino ad ora ha avuto la tendenza a focalizzarsi solo sullo sviluppo macroeconomico del paese beneficiario.
Il termine sviluppo ha connotazioni fortemente utilitaristiche. In contrasto, l’espressionesviluppo umano abbraccia una struttura concettuale più ampia che include l’elemento dell’impegno individuale e mira a far emergere le capacità illimitate dei cittadini. Con al centro le Nazioni Unite, dobbiamo sforzarci di creare un ambiente che incoraggi e nutra le potenzialità interiori di ogni individuo, dal momento che esse costituiscono una risorsa che è contemporaneamente “rinnovabile e accrescibile”.
Così facendo, renderemo possibile bloccare i conflitti armati prima che comincino e prevenire la micidiale spirale della violenza che porta al degrado dell’umanità. Sono convinto che il problema insolubile dello sradicamento della povertà vada affrontato direttamente, come primo passo verso la correzione delle distorsioni e dello squilibrio che attualmente affliggono la società mondiale.
L’aumento della spesa militare fu usato come strategia per ridurre la disoccupazione e stimolare l’economia durante la tragedia della grande depressione degli anni Trenta. Si pensa che l’espansione della spesa militare nel corso della seconda guerra mondiale sia stata uno dei fattori che hanno permesso agli Stati Uniti di superare quel periodo di crisi. Ma l’incremento della militarizzazione di una nazione genera sempre una reazione a catena che spinge le altre nazioni a fare altrettanto e questo a sua volta, come sappiamo fin troppo bene, può portare a conflitti territoriali e persino alla guerra mondiale.
Il mito che l’aumento della spesa militare abbia l’effetto positivo di stimolare l’economia persiste tuttora. Com’è noto, la guerra del Vietnam ebbe una grande escalation in un periodo in cui l’economia interna degli Stati Uniti attraversava una fase di recessione. Ma, secondo gli esperti, la conseguente spesa militare non fece che deprimere ulteriormente l’economia americana e fu la causa di un deficit fiscale. Autorevoli organizzazioni di ricerca hanno dimostrato che l’aumento della spesa militare ostacola una crescita sana dell’economia mondiale.

Giustizia mondialeUn ulteriore prerequisito per il disarmo universale è un sistema internazionale di giustizia. Nonostante da lungo tempo si invochi la creazione di una corte permanente abilitata a processare coloro che hanno violato le leggi internazionali contro il genocidio, i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità, nessun organo di questo genere è ancora stato stabilito. In seguito alla diffusa sensazione che la risposta della comunità internazionale agli eccidi nell’ex Yugoslavia, nel Ruanda e in altre regioni fosse vergognosamente inadeguata, nel giugno del 1998 fu tenuta a Roma una conferenza internazionale per proporre la creazione di un tribunale penale internazionale.
Questo tribunale è stato pensato come un organo giudiziario che non solo dovrebbe giudicare gli individui responsabili di crimini contro le leggi umanitarie internazionali e di gravi violazioni dei diritti umani, ma avrebbe anche il potere di garantire un risarcimento legale alle vittime di tali crimini. Non vedo l’ora che questo organismo diventi operativo e divenga il fulcro di un programma di elaborazione e di miglioramento del diritto internazionale.
Le questioni umanitarie non possono essere circoscritte nei confini di un unico paese. Finalmente sta emergendo la consapevolezza che esse devono essere affrontate con uno sforzo internazionale coordinato. I tentativi di creare un nuovo sistema capace di rispondere efficacemente a questo bisogno sono stati visti dagli stati come tentativi di limitare e ridimensionare le prerogative della sovranità nazionale cosa che in qualche misura inevitabilmente sono e ciò ha suscitato una forte resistenza all’idea di un tribunale penale internazionale.

Il ruolo delle ONGLa saggezza e l’energia dei cittadini comuni sono assolutamente necessarie per la creazione di un futuro migliore. Le ONG svolgono un ruolo inestimabile a questo riguardo, in quanto offrono ai cittadini la possibilità di esprimere la propria opinione e di concentrare il proprio impegno su obiettivi concreti.
Negli ultimi anni le ONG hanno allargato il loro raggio d’azione riuscendo a mobilitare le energie dei cittadini non solo in quei settori che tradizionalmente sono di loro pertinenza, come quello dei diritti umani o delle emergenze umanitarie, ma anche in ambiti collegati ai temi della sicurezza dell’umanità, come il disarmo, che finora erano rimasti di esclusiva competenza degli stati.
Tra i risultati ottenuti va annoverato il Progetto per il tribunale mondiale, che nel giugno del 1997 ha ottenuto dalla Corte internazionale di giustizia la revisione della legittimità dell’uso delle armi nucleari. Anche la Campagna internazionale per il bando delle mine antiuomo ha avuto una notevole influenza nel processo che ha portato alla stesura e all’adozione, nel settembre del 1997, della Convenzione sulle mine antiuomo. Queste iniziative danno fiducia e speranza a tutti coloro che amano la pace.
La responsabilità di abolire le armi nucleari e di costruire un mondo senza guerre sta nelle mani di ogni individuo. Dobbiamo esserne convinti e dare il nostro contributo a questo fine. Bisogna incoraggiare la concertazione degli sforzi popolari. Sono i cittadini di tutto il mondo a dover formulare e attuare progetti concreti per costruire un mondo migliore, individuando alternative verso la pace sulla base degli interessi dell’umanità. Espandere la solidarietà popolare in tutto il mondo è il solo sentiero percorribile verso la costruzione di un mondo libero dalle armi nucleari e non più minacciato dalla spada di Damocle di una guerra atomica.
La profondità e la complessità dei problemi che l’umanità deve affrontare sono sicuramente scoraggianti, ma per quanto possa essere arduo capire da dove cominciare o cosa fare, non dobbiamo mai cadere nel cinismo o nella paralisi. Ognuno di noi deve prendere l’iniziativa e agire nella direzione che ritiene giusta. Dobbiamo resistere alla tentazione di adattarci passivamente alle attuali circostanze e intraprendere invece la sfida di creare una nuova realtà. Oltre agli sforzi nella sfera pubblica, è altrettanto vitale creare in modi concreti e tangibili una cultura di pace nella vita quotidiana. La pace non è qualcosa che possiamo lasciare ad altri in luoghi distanti, ma è qualcosa che dobbiamo creare giorno per giorno coltivando l’impegno e la considerazione per gli altri e forgiando legami di amicizia e fiducia nelle nostre rispettive comunità attraverso le nostre azioni e il nostro esempio.
Accrescendo il rispetto per la santità della vita e la dignità umana per mezzo del nostro comportamento quotidiano e di un costante impegno nel dialogo, le fondamenta di una cultura della pace si approfondiranno e si rafforzeranno, permettendo a una nuova civiltà mondiale di fiorire. Se ogni singolo individuo si impegnerà con consapevolezza in questa impresa, saremo in grado di impedire che la società ricada in una cultura della guerra e di sviluppare energia incanalandola verso la creazione di un secolo di pace.
Lo spirito umano è dotato della capacità di trasformare anche le situazioni più difficili, creando valore e producendo significati sempre più ricchi. Quando ogni persona porterà a piena fioritura la propria illimitata potenzialità spirituale, e quando i cittadini comuni si uniranno nell’impegno di generare un cambiamento positivo, nascerà una cultura della pace, un secolo della vita.

NOTE
1) Josei Toda, Toda Josei Zenshu, vol. 4 (Tokyo: Seikyo Shimbunsha, 1984), pp. 564-66.
2) Jonathan Schell, The Fate of the Earth (New York: Alfred A. Knopf, 1982), p. 119.
3) Cfr. Noel Perrin, Giving Up the Gun: Japan’s Reversion to the Sword, 1543-1879(Boston: G.K. Hall and Company, 1979), vii.
4) Ibidem, p. 93.
5) Ibidem, p. 104.
6) George F. Kennan, The Nuclear Delusion: Soviet-American Relations in the Nuclear Age(New York: Pantheon Books, 1983), p. 178.
7) L’autore ha presentato all’Assemblea generale dell’ONU, alle sessioni speciali sul disarmo: Una proposta in dieci punti per il disarmo nucleare (22 maggio 1978); Proposte per il disarmo e l’abolizione delle armi nucleari (3 giugno 1982); Un movimento globale per il disarmo totale (1 giugno 1988).
8) Kofi Annan, The Causes of Conflict and the Promotion of Durable Peace and Sustainable Development in Africa, rapporto delle Nazioni Unite, aprile 1988.