martedì 20 gennaio 2015

Buddismo e Società n.90 - gennaio febbraio 2002
Speciale A scuola di felicità
Il bello delle piccole cose
di Duccio Demetrio

Tsunesaburo Makiguchi, come lo scrittore Junichiro Tanizaki, sembra indicare un metodo lontano dall’esuberanza tipicamente occidentale,
che si manifesta ponendo problemi, impensierendo, facendo agire su di sé


Duccio Demetrio è professore di Educazione degli adulti all’Università La Bicocca di Milano.

Il libro di Makiguchi è per più versi straordinario, perché ci sottopone un punto di vista orientale inusuale, per il rapporto con la prassi, con l’azione, che ricorre assai di frequente. Ma trovo provocatoria la domanda: “Educare alla felicità?” (che era il titolo del convegno di Milano durante il quale è stato presentato il libro L’educazione creativa, ndr). Sottolineo che accanto alla dizione c’è un punto interrogativo, perché potremmo anche concludere che è meglio non educare affatto alla felicità. La tentazione, soprattutto oggi quando ci vengono fatte promesse di felicità con degli smile straordinari alle pareti, è dire che occorre forse qualche meditazione in più e qualche attenzione in meno a queste promesse di felicità ammannite ovunque; ci vorrebbe semmai una cauta criticità.
Ma la provocazione di questo libro giunge soprattutto nel richiamo forte a questioni di valore, che non coincidono con l’immagine più comune che il neofita ha della cultura buddista.
Educare alla felicità? È giusto che sia posto con questa accezione interrogativa perché talvolta credo che si debba rinunciare alla felicità immediata per perseguire vie più modeste, più silenti. Di questi tempi, potremmo accontentarci di educare almeno a un po’ di gioia, educare ad almeno un po’ di serenità, sperimentando la vita, sperimentando i momenti drammatici dell’esistenza, dimenticandoci dell’esistenza della felicità come la intende anche Makiguchi.

L’estetica cura la sofferenzaUn dubbio che mi resta è se sia giusto muovere verso un’educazione alla felicità o non piuttosto agire ponendo problemi, impensierendo, prestando una maggiore attenzione alle menti con le quali noi lavoriamo. Per questo volevo soffermarmi su un aspetto che forse è stato un po’ sottaciuto fino ad ora. Verso la metà di questo libro si parla di valore estetico. Quindi la via della felicità passa anche attraverso la bellezza, attraverso quell’attenzione per un bello che diventa anche, secondo un’antica tradizione greca, possibilità di bene. Procediamo verso una concezione estetica che mette al centro, dice l’autore, dei necessari oggetti estetici, quelli della nostra quotidianità e del nostro essere anche più minuscolo, più legato agli eventi meno importanti e autorevoli. Mi riferisco a un passo interessante dove, recuperando ancora una concezione molto occidentale, viene messa in luce la dimensione drammatica come fonte di bellezza, la drammaticità e la tensione come possibilità di bellezza e quindi di felicità: «Anche se non c’è precisa coscienza del piacere sensoriale, il valore estetico rappresenta comunque un sollievo dalla sofferenza. Distraendosi, sostituendo la gioia alla tristezza, le persone alleviano le fatiche della vita quotidiana» (p. 72). Ecco, questo è il Makiguchi che mi è piaciuto di più, perché non solo si avvicina allo stereotipo del Buddismo che io ho, da assoluto principiante o iniziando, ma anche perché mi ha consentito di ritrovare nella mia libreria un altro “trasgressore” che visse nello stesso periodo di Makiguchi: Junichiro Tanizaki, con il suo straordinario Libro d’ombra
Tanizaki nasce nel 1886 e muore nel 1965; si imbatte nella censura spietata, la stessa che conosce anche Makiguchi, in quanto autore per più versi ritenuto amorale. Ad esempio nel suo primo romanzo, che risale al 1910, si invaghisce perdutamente dei piedi candidi di una fanciulla, e tutto questo viene ovviamente stigmatizzato. Nel 1943, l’anno in cui Makiguchi finì in carcere per morirvi l’anno successivo, Tanizaki viene estromesso dal mondo letterario. 
Perché porto questo riferimento? Perché con Tanizaki troviamo una versione di quella estetizzazione che io non ritengo un danno della nostra vita, della nostra vita privata, delle nostre storie, delle nostre vicende umane fatte di quotidianità; perché mette in luce, contro l’esuberanza dello spirito della luce – che è tipicamente occidentale – il movimento della penombra, delle sfumature, delle delicatezze. Tanizaki scrive per esempio un passaggio molto bello in questo Libro d’ombra, laddove ci ricorda che i Budda venivano e vengono tuttora ricoperti di lamine dorate perché è nell’ombra del tempio che noi possiamo cogliere queste luci fioche al bagliore delle candele.
Il libro mi ha aiutato a entrare anche in un altro frammento del pensiero di Makiguchi. Nel libro La vita mistero prezioso di Daisaku Ikeda viene riportato un brano tratto da Geography of Human Life, dove compare un Makiguchi inedito, che parla di montagne, di «piante che risvegliano il sentimento estetico che è in noi, addolciscono – speriamo – le nostre tendenze criminali, ci inducono alla poesia e in tal modo educano i nostri cuori e le nostre menti» (p. 36). Riporto un solo brano per mostrare quanto questo lavoro sia interessante letto parallelamente al testo di cui stiamo parlando. Il brano è dedicato alla luce: «Sebbene niente io sappia di architettura mi azzarderò a sostenere che la bellezza delle grandi cattedrali occidentali è legata allo slancio dei tetti che sembrano trafiggere il cielo con pinnacoli acuminati, all’opposto nei templi buddisti del nostro paese, nere tegole riparano l’intero edificio che sembra abbia scelto di accucciarsi sotto la loro ombra densa e protettiva. L’imposizione dei nostri tetti è simile all’apertura di un parasole: marca sul terreno un perimetro d’ombra di cui riserviamo il dominio, là aggiusteremo poi la nostra casa».
È il mondo dell’intimità, il mondo delle penombre, che non ritengo debba costituire motivo di senso di colpa, perché qui vedo invece, in una accezione tra l’altro profondamente fenomenologica, un bisogno di cimentarci oggi con le grandi sfide che l’autore giapponese ci ripropone,ma anche con una pedagogia delle piccole cose, con la pedagogia dei momenti più interiori e intimi. La pedagogia deve insegnare i grandi motivi ideali di Makiguchi attraverso l’osservazione, la tolleranza, l’avvicinamento al mondo con mitezza, la fragilità, attraverso lo sviluppo di riflessioni lunghe e pazienti che contrastano invece con una pedagogia, oggi esorbitante, fatta di oggetti che continuamente sfuggono, di oggetti che vengono sezionati, classificati, sminuzzati e poi trasformati in testi di apprendimento per i ragazzi. 
Ecco quindi che recuperare il punto di vista fenomenologico – e Makiguchi mi sembra senz’altro vicino a questa scuola – significa intraprendere vie di prudenza, di scetticismo, di ironia, di memoria, queste nostre piccole cose che non sono il famoso salotto di Donna Felicita di gozzaniana memoria, ma che costituiscono oggi un tessuto dal quale ripartire, ricostruire i momenti dell’educazione, e non soltanto nelle aule sempre più spoglie, un tessuto da avvicinare con modalità di osservazione diversa, guidando i giovani, ma anche, soprattutto, spingendoci in profondità a scoprire che non c’è possibilità di educazione alla felicità se questa non passa attraverso la via della riscoperta, dell’elaborazione faticosa, pesante, atroce anche, del dolore e della sofferenza. 
Ecco, credo che tutto questo noi dobbiamo insegnarlo. Che poi il risultato sia almeno un po’ di gioia, un po’ di serenità, penso possa bastarci.

Per attraversare la vita
Credo comunque che sia bene evitare che si enfatizzi un possibile itinerario, magari un curriculum di insegnamenti della felicità, perché questo verrebbe immediatamente raccolto da chi promette felicità a tutto spiano. D’altro canto, può darsi che il prossimo Ministro dell’Istruzione diffonda dei test per verificare se il bambino è felice se beve Coca Cola, se mangia hamburger, se picchia il proprio compagno per primeggiare. Quindi bisogna essere molto cauti e prudenti in questo momento.
Non credo che si possa insegnare la felicità ma credo che si possa insegnare a chi insegna, a chi educa, ad attraversare la vita. Noi non stiamo insegnando più ad attraversare la vita. Attraversare la vita significa attraversare la memoria, attraversare quanto costituisce fonte di dolore e di sofferenza, e attingere agli effetti di quel po’ di serenità che possiamo raggiungere attraverso la vita; significa insegnare l’arte della coscienza e insegnare – arte che non tramonta mai – a filosofare. 
Come ha scritto Epicuro all’inizio della Lettera a Meneceo: «Non si è mai né troppo giovani né troppo vecchi per occuparsi della salute dell’anima. Devono invece fare filosofia sia i giovani che i vecchi; i primi perché siano allo stesso tempo giovani e maturi nell’affrontare il futuro, i secondi perché invecchiando si mantengano giovani nel piacevole ricordo del passato». Non so se questa è felicità, ma certamente può convincerci!