mercoledì 21 gennaio 2015

Buddismo e Società n.90 - gennaio febbraio 2002
Speciale A scuola di felicità
La forza della compassione
di Erminio Gius

È possibile tracciare una strada nuova per risolvere i mali della civiltà post-moderna adottando e diffondendo la capacità di immedesimarsi nel dolore altrui, andando oltre le differenze


Erminio Gius è professore di Psicologia sociale presso l’Università di Padova

“Educare alla felicità ” è un tema che intendo proporre in un’ottica particolare, che risponde sia alla sensibilità che sostiene questo periodo dei miei studi, sia al momento che stiamo vivendo e che viene definito come post-moderno: quest’ottica guarda alle aspettative mondiali salvifiche da intraprendere per impedire una crisi sociale globale, e potrebbe essere identificata in un universalismo etico (ethos globale).
Tale universalismo etico è basato sull’autorità di coloro che soffrono. Benché questa autorità sia un’autorità “debole”, riguarda la reciprocità e l’intersoggettività dell’etica che diviene espressione del divieto di ridurre l’essere umano a esperimento biotecnico in un processo di omologazione. È anche divieto di permettere che l’essere umano scompaia nei sistemi vuoti di umanità dell’economia, della tecnica e della sua industria dell’informazione e della cultura.
Parlando di “educazione alla felicità”, quindi, intendo rivolgere l’attenzione a una particolare ontologia della profezia che si concretizza e diviene progetto (di felicità, di gioia). Intravedo tale progetto collegato all’educazione alla compassione, intesa come immedesimazione nel dolore altrui. 
Educare alla felicità è, quindi, educare alla responsabilità universale rispetto al dolore universale, al dolore nel mondo. In tale senso, educare alla felicità attraverso la compassione significa creare un progetto di mondo nuovo (gioioso) nell’area della globalizzazione.
Il peccato consiste nel rifiuto di partecipare alla sofferenza dell’altro. Rifiuto che si identifica nel narcisismo latente della creatura inteso come «ripiegamento del cuore su se stesso» ( S. Agostino).
Analizzerò questa problematica prendendo in considerazione tre grandi temi: due caratteristiche dell’era della post-modernità che viviamo, la globalizzazione e la frantumazione, e una loro conseguenza, che è la sofferenza universale.


Globalizzazione e frantumazione

Il tempo e lo spazio che noi abitiamo e che definiamo come “post-modernità” si caratterizza attraverso due realtà tra loro opposte: la globalizzazione e la frantumazione. Ambedue queste realtà dischiudono i grandi temi della universalità e della complessità a riguardo del sé. Come è possibile conciliare i valori universali della dignità e della libertà della persona con il progresso scientifico e tecnologico della modernità? È il tema del rapporto scienza-valori nella società complessa.
La globalizzazione economica, lo sviluppo del Sud del mondo, la governabilità del pianeta, le trasmigrazioni dei popoli, la diffusione delle nuove tecnologie informatiche e telematiche, ecc. sono alcuni dei grandi problemi della post-modernità. Economia, tecnologia, informatica e telematica, nomadismo, rappresentano un universo globalizzante costituito dal convergere di popoli, religioni e culture diverse che abitano uno spazio globale governato dalle stesse leggi economiche, dagli stessi ritmi, dalle stesse regole. Ma a questo spazio globale non corrisponde, purtroppo, una comunità globale. La post-modernità si caratterizza anche per la mancata integrazione degli individui, dei popoli e dei ceti sociali, producendo disagio, malessere e conflitti profondi.
Uno scenario mondiale contrassegnato da profondi e rapidi processi di globalizzazione e di frantumazione, le cui conseguenze presentano l’incognita della imprevedibilità circa l’assetto futuro dell’umanità, non può che presentarsi carico di incertezze e di pericoli per la sopravvivenza pacifica del genere umano su questa Terra. Infatti si possono da subito riscontrare alcuni risultati della globalizzazione e della frantumazione, come la sempre più diffusa assenza di regole e di ordine generata dal progresso esorbitante, e spesso incontrollato, della tecnica a scapito di altri campi delle intenzionalità e dei valori etici della realtà umana. Insieme a questo fenomeno si presenta quello della omologazione, e insieme facilitano stati depressivi e di dipendenza dalle mode correnti. Ma è ben presente anche una eccessiva spinta alla individualità e a egoismi narcisistici che facilitano paure non verificate e coesioni difensive irrazionali. Tutto ciò è fonte di profonda sofferenza, di autentici universi di dolore, come bene hanno messo in luce le scienze antropologiche, soprattutto dopo la scoperta del mondo interno dell’inconscio.
La sofferenza, così come il richiamo alla felicità, è veramente universale ed è contrassegnata dalla fragilità intrinseca della persona nel poterla e nel saperla gestire.
Il progresso della scienza e della tecnologia ha messo a nudo gli aspetti più fragili della persona e ha svelato un’attenzione crescente ai mali dello spirito, ponendo in primo piano le solitudini, gli isolamenti, le varie segregazioni, le sconfitte e gli insuccessi morali, ma anche e soprattutto le carenze nelle relazioni umane; ciò concretizza nelle persone la grande infelicità che è il retaggio e la caratteristica di questa nostra società spesso senza volto e senza anima. Infelicità e scontentezza che si ripropongono come ferite narcisistiche insopportabili ogni volta che una persona si trova a dover vivere l’insuccesso nella aspra competizione e concorrenza alle quali è costretta per sopravvivere. Anche i successi e le soluzioni nel campo economico e politico di mali sociali producono lo scarto di nuovi gruppi umani emarginati e creano nuovi problemi. Strutture senza volto umano, burocratizzate e ingessate in rigide regole formali e incentrate unicamente sulla propria autogenerazione e automantenimento finiscono per svilire le competenze umane e le stesse attività, inducendo senso di oppressione e di rivolta o di stanchezza depressiva nelle persone in servizio. Le stesse attività di pensiero spesso possono produrre infelicità, sia in chi produce cultura, sia in chi la utilizza. Infatti la problematicità accesa nei diversi settori della vita quotidiana dalla ricerca scientifica e tecnologica, ma anche dalle scienze del pensiero e dell’arte, può talvolta sradicare da certezze comode molte persone e lasciarle però indifese di fronte allo scetticismo e al relativismo incombenti e talvolta intrinseci alla stessa cultura appresa. Queste persone vengono sollecitate, più di altre, a porre rimedio alla loro infelicità o abbandonandosi al mondo dell’effimero, oppure rifugiandosi in movimenti che gestiscono alienazioni attraverso la neutralizzazione dei pesi della coscienza e della libertà.

L'alternativa della compassioneA questo punto conviene chiederci se mai esiste un pensiero, anche sociale e politico, oltre che morale ed etico, che indichi una strada da percorrere per il sollievo dall’infelicità e dal dolore in alternativa alle strade indicate dai mezzi di comunicazione di massa o dagli spot pubblicitari.
Il teologo Johann Baptist Metz intravede nella compassione una possibile strada da indicare e da percorrere nel senso sopra indicato.
La compassione, intesa nella etimologia del “soffrire insieme”, della compartecipazione alla sofferenza altrui, per il teologo tedesco rappresenta intrinsecamente una via contro la sofferenza universale perché contiene in sé tre scopi fondamentali:
- è ispirazione per una nuova politica di pace tra i popoli
- è fondamento per una nuova politica del riconoscimento (esclusi, oppressi, ecc.)
- rafforza la memoria umanizzata (contro il pragmatismo della libertà moderna e la sua smemoratezza).
Credo di intravedere in questa proposta del teologo di Munster una analogia profonda con il tema della riparazione delle ferite narcisistiche inflitte alla struttura dell’io nel campo della psicologia dinamica. Sono molti e approfonditi oramai gli studi della psicologianel settore della formazione della struttura della mente, della struttura psichica a livello arcaico e del profondo. Personalmente me ne occupo da anni e con grandissimo piacere accolgo la proposta, per me innovativa e interessante, che anche la ricerca in campo teologico prenda in considerazione e sviluppi questa idea relativa alla compassione. La ricerca teologica e quella psicologica del profondo possono lavorare insieme su questo terreno fecondo e carico di prospettive positive, non solo al loro interno ma anche per le scienze che governano la politica, l’amministrazione del bene comune, la società dei servizi...
In campo teologico la compassione può prendere il nome di perdono, empatia, simpatia, carità, solidarietà, ed è già profezia.
In campo psicologico la compassione prende il nome di riparazione ed è anch’essa profezia.
Non è qui il luogo per dilungarmi in un approfondimento delle funzioni della riparazione nel settore psicologico. Il problema di fondo è il seguente: a quali dolori e a quali sofferenze ci si impegna a rispondere con una compassione anche sociale e politica?
Educare alla felicità, in quest’ottica, può significare l’impegno a creare una nuova sensibilità per il dolore altrui, contro l’egoismo narcisistico, proiettati verso una fratellanza universale. Può significare il calarsi nella memoria dell’umanità attraverso l’impegno nel denunciare responsabilità inevase, solidarietà negate, ecc.
I giovani sono in grado di fare tutto ciò, anche in vista della salvaguardia del loro futuro.
Nonostante il grande sviluppo scientifico e tecnologico che caratterizza quest’epoca, vi è una profonda fragilità dell’individuo, un’infelicità diffusa. Se i giovani vogliono creare un futuro di pace devono far crescere la compassione, che è capacità di immedesimarsi nel dolore altrui, andando oltre le differenze. È la compassione che può ispirare una politica di pace tra i popoli. 
Educare alla felicità significa educare alla compassione.
La felicità sicuramente non si insegna, ma si vive. La si vive e la si apprende appunto vivendo. Io ho parlato di compassione nell’ottica del com-patire, del patire insieme, della condivisione della sofferenza, e ho parlato di riparazione. In psicologia riparazione significa capacità di sopportazione del conflitto personale rispetto al concedere all’altro di “morire”, ossia di essere diverso da noi, diverso dall’immagine ideale che ci diamo dell’altro per effetto delle nostre proiezioni narcisistiche. Agostino dice che chi insegna alla madre la sua maternità, il sentimento di maternità, è il figlio, quindi sarebbe errato pensare che educare alla felicità sia un educare degli adulti verso i giovani. Primi probabilmente a educarsi alla felicità sono proprio coloro che devono riparare, in termini educativi o terapeutici: imparare a riparare nell’ottica dell’interiorizzazione e della conoscenza della propria capacità di felicità attraverso la capacità di sopportazione del conflitto, nel permettere che l’altro muoia.
Stranamente, il figlio insegna alla madre la propria maternità, e la madre non può riparare il figlio, non può educare il figlio se non permettendo che il figlio muoia. Lo educa attraverso questo atto di amore generoso, forte quindi di felicità, che permette l’instaurarsi di uno spazio psicologico-dialettico dove può esprimersi la diversità. Quindi occorre sfatare l’idea di una felicità che si insegna: la felicità si condivide e si condivide attraverso questo grande sforzo, questa grande capacità di permettere di vivere il conflitto legato alla morte dell’altro, che in pratica si traduce nel concetto espresso da Natoli (p. 23): non è attraverso processi di sazietà che si educa alla felicità, ma attraverso la capacità di sopportazione dei conflitti che instaurano degli spazi dialettici di diversità, dove è permessa la crescita vicendevole e anche la relazione vera.