lunedì 26 gennaio 2015


Buddismo e Società n.86 - maggio giugno 2001
Speciale Gli strumenti per crescere
Bambini virtuali
di Maria Lucia De Luca

Intervista a Silvia Vegetti Finzi


Foto: S.Cavalli
Lontani dalla realtà, tutti testa e niente corpo, preziosi ma soli, senza regole o riferimenti precisi. Questi sono i bambini raccontati da Silvia Vegetti Finzi, docente di psicologia dinamica all’università di Pavia, studiosa e autrice di molte opere sull’infanzia e l’adolescenza. Che consiglia agli educatori – genitori e insegnanti – di guardare innanzitutto dentro se stessi per accedere a questo universo sconosciuto.

Un suo testo di qualche anno fa si intitolava I bambini sono cambiati. Come sono i bambini di oggi?

I bambini sono diventati rari e preziosi. Spesso crescono soli, circondati da genitori, nonni, zii e bisnonni. Adulti ammirati, accondiscendenti, iperprotettivi che sollecitano a dismisura l’egocentrismo e la megalomania infantili. Poiché il tempo da trascorrere insieme in famiglia è molto poco, tutti si preoccupano di evitare ogni motivo di tensione e di conflitto. Nella famiglia “sì” non ci sono regole, con il risultato che il bambino si trova in balìa delle sue pulsioni e dei suoi contraddittori desideri. 
Poiché la sua giornata passa in gran parte davanti alla televisione, al computer o in Internet, lo spazio virtuale prevale su quello reale. Il saper fare informatico ha sostituito l’esperienza reale e concreta. 
I bambini non escono di casa da soli prima del dodicesimo anno, molti non hanno mai saltato un fosso, scalato un muro, lanciato un sasso. 
Conoscono le loro capacità mentali, non quelle del corpo, una dimensione ignota alla conoscenza di sé. Per loro il corpo è per lo più un involucro esterno, un abito che si esibisce, non un vissuto.
Quando i loro comportamenti si mostrano inaccettabili (come accade appena frequentano la scuola) reagiscono in due modi: con la reattività motoria, la disattenzione, l’eccitazione, oppure attivando il loro super-io. Ma poiché si tratta di un’istanza immatura, spesso si controllano in modo eccessivo e persino autoaggressivo. Lasciati in balìa di se stessi, mancano di regole chiare, di riferimenti precisi, di comportamenti appresi, di esperienze concrete. Impreparati a vivere, sono esposti alle immancabili frustrazioni senza protezione. Una fragilità che si evidenzierà particolarmente nell’adolescenza. 

Come educare un bambino o una bambina? È diverso essere un padre o una madre?

Nella famiglia permissiva i poli maschile e femminile tendono a convergere al centro in una comune “area materna”. Col risultato che rimane vuoto il posto del padre e inattiva la funzione paterna, quella che separa il figlio dalla madre e che introduce un sistema di regole e di valori. Spesso il ruolo paterno è vicariato dalla madre ma non è la stessa cosa, manca la ricchezza che nasce dalla dialettica tra i sessi. 
Allo stesso modo si sta omologando l’educazione dei bambini e delle bambine. 
Per certi aspetti si tratta di riequilibrare tradizionali ingiustizie ma vi è comunque il rischio di produrre un’identità neutra, poco differenziata e pertanto indifferente alla relazione, alla ricerca della reciprocità sessuale. Una personalità narcisistica, ripiegata sull’io e sul mio. 

Cosa significa “sviluppare la personalità” di un bambino/a? Come comprendere e rispettare la sua individualità coniugando questo processo con il compito di educare?

Questo è il nocciolo duro di ogni educazione, il punto in cui l’educatore non può più affidarsi passivamente alla conoscenza, all’informazione, ma deve essere capace di agire creativamente, trasformando gli ideali sociali e gli obiettivi educativi, sempre generici, in un agire relazionale, tagliato su misura per quello specifico rapporto educativo. Un rapporto che mette in gioco l’adulto, la sua storia, la sua personalità, i suoi fini e non soltanto il bambino, come spesso accade. 
Rispettare l’identità del bambino richiede per prima cosa che l’educatore tenga sotto controllo i suoi desideri onnipotenti, che ammetta che l’altro è un altro, che non lo si può mai conoscere interamente né manipolare a piacimento. 
Deve saper apprezzare l’ascolto, il silenzio, l’osservazione attenta ma non intrusiva, e soprattutto sondare la conoscenza di sé, unica via d’accesso alla conoscenza dell’altro. 

A tale proposito Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale, afferma: «Proviamo a sostituire l’espressione “sviluppo della personalità” con la parola “felicità”. Il fondatore della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, un grande educatore, affermava sempre che la felicità dei bambini è lo scopo dell’educazione». Lei che ne pensa?

Anche Aristotele, il filosofo che più ha condizionato la storia culturale dell’Occidente, riteneva che la felicità fosse il fine dell’uomo e, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, distillato della Rivoluzione francese, la “felicità”, riprendendo la precedente Dichiarazione americana, diventaaddirittura un “diritto dell’umanità”. Ma tutto dipende dalla definizione che diamo del termine “felicità”. È infatti evidente che l’esistenza umana è attraversata dalla fatica e dal dolore e che ci sono concessi soltanto sprazzi di felicità. 
A mio avviso la trattazione più complessa e coerente si trova nel saggio freudiano Il disagio della civiltà, del 1929. Freud sostiene che la felicità consisterebbe nella possibilità di agire liberamente, realizzando le nostre pulsioni erotiche e aggressive. Ma, in tal modo, si realizzerebbe il dominio del più forte sul più debole e, nella lotta di ciascuno contro tutti si instaurerebbe quel clima di paura che Hobbes sintetizza nella formula homo hominis lupus
È accaduto allora, agli esordi della civilità, che gli uomini abbiano barattato la felicità con la sicurezza e che abbiano preferito porre dei limiti alle proprie pulsioni in cambio di un clima sociale più protettivo. 
In questo modo ci siamo condannati a un’“infelicità comune”, a un disagio diffuso, ma in compenso abbiamo potuto erigere il grande edificio della civiltà, sintesi di società e di cultura. 
Non che Freud si illuda sui benefici della civiltà, non è illuminista, ma ritiene che sia l’unico modo per superare la crudeltà e la protervia degli “istinti”. 
Per quanto concerne l’educazione, egli ritiene si debba agire tra lo Scilla della repressione e il Cariddi della permissività, cercando in ogni caso di indurre il minimo di infelicità possibile. 
Credo che questo percorso stoico, né euforico né disperante, sia il difficile cammino concesso alla nostra natura, intermedia, sempre per riprendere Aristotele, tra gli animali e gli dèi.