martedì 28 luglio 2015

NESSUNO TOCCHI CAINO
la pena di morte nel civile Giappone.


La pena di morte è prevista per 13 reati ma, in pratica, viene applicata solo per omicidio.
La morte avviene tramite impiccagione: i detenuti, incappucciati e bendati, sono messi sopra una botola che poi viene aperta all’improvviso. I detenuti di solito non sono informati sulla data fino al giorno dell’impiccagione. Poiché sono avvertiti solo un’ora prima dell’esecuzione, i detenuti non possono incontrare i parenti o presentare un appello finale. Familiari e avvocati sono generalmente informati dopo l’esecuzione, alla quale non possono assistere nemmeno gli avvocati.
I detenuti sono rinchiusi in strette celle isolate e monitorati da telecamere 24 ore su 24, mentre mangiano, usano il bagno o fanno qualsiasi altra cosa. È vietato che parlino tra loro. A meno di recarsi alla toilet, i prigionieri non possono muoversi all’interno della cella e devono restare seduti, se si muovono, cadono o si sdraiano, immediatamente le guardie li costringono a rimettersi seduti. Inoltre risultano fortemente limitati gli accessi all’aria aperta e alla luce naturale. Rischiano anche pene supplementari per la loro condotta contraria alle strette regole a cui sono sottoposti. Il loro contatto con il mondo esterno è limitato a scarse, controllatissime visite di parenti e avvocati che in alcuni casi possono essere limitate a meno di cinque minuti. Non sono consentiti passatempi o televisione, è consentito possedere tre libri soltanto, anche se altri possono essere presi a prestito con il permesso del direttore purché il loro contenuto non sia giudicato “sovversivo”. L’esercizio fisico è limitato a due brevi sedute alla settimana fuori dalle celle, quattro pareti massicce e una piccola finestra.
In una recente indagine sui condannati a morte, molti di loro hanno detto che desiderano essere avvisati in anticipo della data di esecuzione invece di essere informati la mattina stessa del giorno in cui stanno per essere impiccati. La maggior parte di loro ha anche chiesto una revisione del metodo di esecuzione, molti che hanno detto di preferire l’iniezione letale alla forca.
Il Giappone ha mantenuto il massimo riserbo sulle esecuzioni fino al dicembre 2007. Prima, il Governo si limitava a dichiarare il numero di detenuti giustiziati, rifiutando perfino di rivelarne i nomi. Le esecuzioni, che il più delle volte erano effettuate d’estate e alla fine dell’anno, avvenivano quando la Dieta, il Parlamento giapponese, era in vacanza per evitare la discussione parlamentare.
Con l’entrata in carica nell’agosto 2007 dell’allora Ministro della Giustizia Kunio Hatoyama, esplicito sostenitore della pena capitale, i principi e i tabù che il Giappone aveva mantenuto nei riguardi della pena di morte si sono andati sempre più rompendo.
Nel dicembre 2007, con le prime esecuzioni del governo di Fukuda, il Ministro della Giustizia ha rotto con la tradizione, che voleva il segreto sulle esecuzioni, pubblicando i nomi e i crimini di tre prigionieri giustiziati. Anche la tradizione di non eseguire sentenze capitali mentre il Parlamento è in sessione, nel tentativo di evitare inutili controversie, è stata rotta.
Con il governo di Yukio Hatoyama entrato in carica nel settembre 2009, il nuovo Ministro della Giustizia, Keiko Chiba, ha chiesto un ampio dibattito pubblico sull’eventualità di abolire nel Paese la pena di morte e che su questa realtà ci sia maggiore trasparenza. “Spero che l’opinione pubblica rifletta sul tema della pena capitale e confido di poter creare dei forum per il dibattito”, ha ribadito il Ministro il 30 settembre. “Spero che poco alla volta si possa allargare il dibattito, in una forma o nell’altra, anche rendendo conosciute dalla pubblica opinione le informazioni e i luoghi legati alla pena di morte. Sono convinta che sia difficile far progredire il dibattito senza che l’opinione pubblica conosca questa realtà.”
Nel 2009, nel quadro di un progetto di riforma della giustizia più ampio, sono entrate in vigore norme per introdurre la partecipazione dei cittadini in alcuni processi penali come giudici onorari, i quali costituiscono la maggior parte dei collegi giudicanti, composti da tre giudici togati e sei comuni cittadini. I giudici non togati non formano una giuria separata dai giudici togati, come in un sistema di common law, ma partecipano al processo come giudici inquirenti che attivamente analizzano ed esaminano le prove presentate dalla difesa e dall’accusa, secondo la tradizione del diritto civile. In Giappone, non v’è alcuna procedura speciale per la selezione dei giudici non togati da utilizzare in processi potenzialmente capitali. Il sistema misto di giudici onorari e togati è stato introdotto per riflettere il "senso comune" nei processi penali, che sono stati spesso criticati in quanto poco comprensibili e lontani dal sentimento popolare.
Ottenere una revisione del processo o una commutazione della pena in appello è un evento abbastanza raro in Giappone. Ma dopo il 2009, con l’introduzione delle corti composte anche da giudici non togati, alcuni casi di commutazione in appello si sono registrati.
Al 4 febbraio 2015, un totale di 22 condanne a morte sono state emesse da collegi composti da giudici togati e sei comuni cittadini. 
Il 27 agosto 2010, le autorità giapponesi hanno mostrato alla stampa una stanza per le esecuzioni, consentendo così per la prima volta all’opinione pubblica nipponica di vedere il luogo dove i condannati a morte vengono impiccati. Il tour per i giornalisti, durato circa 30 minuti, è stato organizzato dal Ministero della Giustizia nella “Detention House” di Tokyo, sulla base delle istruzioni fornite dal Ministro della Giustizia Keiko Chiba. Funzionari della struttura carceraria e del Ministero hanno accompagnato fino alla stanza delle esecuzioni una ventina di giornalisti, con il divieto assoluto di parlare e di portare altro che penna e blocco per appunti. La prima tappa è stata la stanza del cappellano, nominato dalle autorità della prigione, a cui i prigionieri possono rivolgersi. La stanza ospita una statuetta di Buddha, tuttavia su richiesta è possibile avere ornamenti cristiani o scintoisti. Nella stanza sono offerti ai prigionieri tè, frutta o dolci. Poi i reporter sono stati accompagnati nella stanza che precede quella delle impiccagioni, dove ai detenuti è concessa l’ultima possibilità di parlare con il cappellano. E’ qui che il capo del carcere annuncia formalmente le esecuzioni. I prigionieri sono poi bendati, ammanettati e scortati nella stanza delle impiccagioni. Una tenda separa la stanza delle esecuzioni da quella precedente, impedendo così ai detenuti di vedere la corda che, fissata al pavimento, pende da una carrucola posta sul soffitto. Nella camera delle esecuzioni, le gambe del prigioniero vengono legate, il cappio viene stretto intorno al collo e il prigioniero sta in piedi al centro di un quadrato rosso, posto in corrispondenza della botola. Poi tre addetti entrano in una stanza laterale in cui ci sono tre bottoni, che sono premuti nello stesso momento in modo da non sapere chi effettivamente apra la botola. Dalla stanza a loro riservata, i funzionari assistono all’impiccagione. Dopo che un medico ha confermato il decesso, entro cinque minuti il corpo viene sistemato nella bara.
Il 21-22 maggio 2013, il Giappone è stato esaminato dal Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite. Il Comitato ha espresso profonda preoccupazione su molte questioni: le condizioni di detenzione dei detenuti nel braccio della morte, in particolare per quanto riguarda la segretezza e l’incertezza ingiustificate che circondano l’esecuzione dei condannati; l’isolamento dei condannati a morte, in alcuni casi superiore a 30 anni; la mancanza di un sistema di ricorso automatico nei casi capitali, considerato che un numero crescente di imputati sono stati condannati a morte, senza poter esercitare il loro diritto di ricorso. Il Comitato ha inoltre esortato il Governo a informare i condannati a morte e le loro famiglie con un ragionevole anticipo della data prevista e dell’ora dell’esecuzione e a rivedere il sistema di isolamento dei condannati a morte. Il Comitato ha esortato le autorità a fornire i dati sui condannati a morte, disaggregati per sesso, età, razza e reato e a prendere in considerazione la possibilità di abolire la pena di morte.
Nel dicembre 2011, il Ministero della Giustizia ha reso noto che circa la metà dei prigionieri nel braccio della morte in Giappone viene trattata con psicofarmaci a causa dello stress mentale che si manifesta con insonnia e allucinazioni, sintomi che possono essere causati dal confinamento in spazi chiusi per lunghi periodi di tempo. In base alla legge giapponese, se un detenuto del braccio della morte è dichiarato insano di mente, il Ministro della Giustizia ordinerà la sospensione dell’esecuzione. Tuttavia, un alto funzionario del Ministero ha detto che attualmente “non ci sono detenuti malati di mente nel braccio della morte”.
Dal novembre 1989 al marzo 1993 vi è stata una sospensione di fatto delle esecuzioni, in parte dovuta alla personale contrarietà alla pena di morte dell'allora Ministro della Giustizia facente funzioni. A partire dalla metà degli anni ‘90 si è assistito ad una ripresa della pena di morte con un’accelerazione negli anni 2000.
Dopo che nel 2011, nessun prigioniero è stato messo a morte nel Paese, nel 2012 sono state giustiziate 7 persone, mentre 3 sono state condannate a morte, 8 in meno rispetto all’anno precedente. Nel 2014, il Giappone ha giustiziato 3 persone, contro le 8 del 2013.
Al 26 dicembre 2014, c’erano 129 detenuti nel braccio della morte, secondo un rapporto del Ministero Giustizia. Il Ministero ha detto che cinque condannati a morte sono morti di malattia nel 2014, tra cui un uomo di 92 anni.
Sotto il precedente governo del Partito Liberal-Democratico, sette prigionieri sono stati impiccati nel 2009, quindici nel 2008, nove nel 2007 e quattro nel 2006. In Giappone c’è stata una moratoria di fatto delle esecuzioni durata 15 mesi, fino al 2006, che ha coinciso con il mandato del Ministro della Giustizia dell’epoca, Seiken Sugiura, contrario alla pena capitale per il suo credo buddista.
Il Ministero della Giustizia ha continuato a dibattere sulla pena capitale da quando il Partito Democratico è salito al potere nel 2009 dopo oltre 50 anni di praticamente ininterrotto governo dei conservatori. Il Ministro Keiko Chiba ha autorizzato e personalmente assistito a due impiccagioni nel luglio 2010, nonostante la sua opposizione alla pena capitale. Il suo successore Toshio Ogawa, ha inviato tre detenuti al patibolo nel marzo 2012 e ha inoltre eliminato un gruppo di studio interno a marzo 2012, cancellando l’intenzione di istituire un panel di discussione più ampio sul tema, sostenendo che i pro e i contro sono stati discussi a sufficienza e che la decisione finale dovrebbe essere lasciata alla pubblica opinione, che nella stragrande maggioranza sostiene la pena di morte. Anche il terzo il Ministro della Giustizia del Partito democratico, Makoto Taki, ha inviato quattro detenuti al patibolo.
Il 26 dicembre 2012, dieci giorni dopo la schiacciante vittoria del Partito Liberal-Democratico alle elezioni anticipate, Shinzo Abe è stato eletto Primo Ministro del Giappone. Il nuovo Ministro della Giustizia Sadakazu Tanigaki ha espresso un atteggiamento positivo verso le esecuzioni. “Il sistema della pena di morte ha una sua ragione d’essere e farò il mio dovere secondo le leggi in materia”, ha detto in una conferenza stampa.
Da quando il Partito Liberal Democratico ha riacquistato le redini del governo nel dicembre 2012, la durata media tra la finalizzazione della condanna a morte e l’esecuzione della pena si è ridotta della metà rispetto a quella degli ultimi 10 anni. Secondo il Ministero della Giustizia, il periodo medio tra condanna definitiva ed esecuzione della pena è pari a circa cinque anni e sette mesi per i condannati le cui pene capitali sono state eseguite tra il 2003 e il 2012.
A seguito delle tre esecuzioni del febbraio 2013, il Ministro della Giustizia ha detto che “Si trattava di casi estremamente crudeli in cui le vittime sono state private delle loro vite preziose per ragioni molto egoistiche”, chiarendo che non ha alcuna intenzione per il momento di rivedere il sistema capitale. Ha insistito nel dire che qualsiasi dibattito sulla pena di morte dovrebbe essere basato sulla “situazione interna” del Giappone, tenendo conto dell’opinione pubblica e del mantenimento dell’ordine pubblico, piuttosto che dei movimenti oltre i confini del Paese. “Sono consapevole che ci sono stati vari dibattiti sulla pena di morte, con alcune persone che sono a favore e altre che sono contro. Ma il nostro Paese ha mantenuto questo sistema per il suo effetto deterrente e in ragione dei sentimenti delle famiglie delle vittime”, ha detto Tanigaki. “Se ci sono dei problemi, dobbiamo apportare dei miglioramenti.”
L’11 settembre 2014, il nuovo Ministro della Giustizia Midori Matsushima, appena nominata, ha sostenuto in un’intervista che la pena di morte funzioni da deterrente contro il crimine. Rilevando che la pena di morte gode di un forte sostegno pubblico, il Ministro – ex reporter dell’Asahi Shimbun – ha detto che l’abolizione della pena capitale sarebbe inopportuna alla luce dei ricorrenti crimini efferati che avvengono in Giappone. "So che ci sono varie opinioni critiche quando si tratta di pena di morte", ha dichiarato Matsushima, “ma non credo che serva alcuna riforma immediate”.
Nel difendere la pena di morte, il Governo cita sempre lo schiacciante sostegno popolare alla sua pratica. Il Governo fa questa rilevazione sulla pena capitale ogni cinque anni e, nell'ultimo sondaggio, condotto in forma di intervista dal 13 al 23 novembre 2014 su 3.000 adulti, l’80,3% degli intervistati considera la pena di morte una sanzione "lecita", mentre solo il 9,7% ritiene che dovrebbe essere abolita. Coloro che hanno risposto "non so" o "non posso rispondere sì o no" sono stati il 9,9%. Quando viene chiesto di citare le loro ragioni – con risposte multiple consentite – il 53,4% di coloro che considerano la pena capitale ammissibile ha detto che la rabbia delle vittime non potrebbe mai quietarsi se il sistema venisse abolito e i colpevoli fossero tenuti in vita. Un altro 52,9% ha risposto che gli autori di crimini efferati devono pagare con la loro vita. Tra coloro che si oppongono alla pena di morte, il 46,6% ha citato potenziali errori giudiziari e il 41,6 ha detto che i colpevoli devono essere tenuti in vita per espiare i loro crimini. Agli intervistati nell'ultimo sondaggio è stato per la prima volta chiesto se avrebbero sostenuto l'abolizione della pena di morte nel caso in cui il Giappone introducesse l’ergastolo senza condizionale. I favorevoli sono saliti a 51,5%, contro il 37,7 che ancora voleva mantenere la pena di morte.
Nella rilevazione precedente del dicembre 2009, l’85,6% ha detto che “la pena di morte è inevitabile in determinate circostanze”, mentre il 5,7% ha detto che “la pena di morte dovrebbe essere abolita in ogni circostanza” e l’8,6% ha dichiarato “non so”. Coloro i quali la ritenevano ammissibile erano stati l’81,4% nel sondaggio del 2004.
Il 27 novembre 2012, un esperto di scienze dell’informazione ha contestato il modo di fare i sondaggi di opinione sulla pena di morte e la lettura dei dati da parte del governo giapponese. “E’ stato riportato che più dell’80% approva la pena di morte, ma vista dal punto di vista tecnico, non è ragionevole fare una tale generalizzazione”, ha detto Fumiyasu Yamada, professore di scienze dell’informazione alla Shizuoka University. Riguardo il sondaggio del dicembre 2009 commissionato dal Governo,Yamada ha osservato che il 34,2% di coloro che hanno definito la pena di morte “inevitabile”, ha anche detto nella stessa indagine che la pena di morte “potrebbe essere abolita in futuro se la situazione cambiasse”. Tenuto conto di questa cifra, è “naturale vedere che chi vuole conservare la pena di morte sono più del 50%, e quelli che vogliono la sua eliminazione o un passo verso l’eliminazione costituiscono poco più del 30%”, ha detto Yamada che ha anche criticato una delle opzioni nel sondaggio, quella secondo cui la pena di morte “dovrebbe essere abolita in ogni circostanza”, un’espressione “troppo forte” che “rende difficile per le persone la sua scelta”. Proporre una domanda del genere è “di parte”, ha aggiunto Yamada che ha anche detto che il sondaggio non riflette l’intero Paese, dal momento che i questionari sono stati raccolti solo da circa i due terzi del campione rappresentativo.
Anche uno studio del novembre 2013 evidenzia “gravi pecche” nella convinzione del Governo che la pena di morte sia generalmente popolare e dovrebbe pertanto essere mantenuta. Mai Sato, del Centre for Criminology presso la Oxford University, ha dimostrato che le opinioni sono molto meno radicate di quanto si pensi, soprattutto dopo che le persone sono state opportunamente informate sul tema. Secondo la ricercatrice, le domande utilizzate nei sondaggi d’opinione del Governo sono formulate in modo tale da tradursi in un livello esagerato di favore alla pena di morte. Sato ha deciso di condurre la sua indagine su circa 20.000 persone in Giappone e ha dato agli intervistati cinque opzioni per quanto riguarda la pena di morte: deve essere assolutamente mantenuta (44 per cento); dovrebbe essere probabilmente mantenuta (36); non si può dire (16), dovrebbe probabilmente essere abolita (3) e dovrebbe assolutamente essere abolita (1). I risultati mostrano che, piuttosto che essere a favore in maniera schiacciante, poco più della metà del pubblico giapponese è “indecisa” o “tiepida” verso la pena di morte. Sato ha poi preso 1.000 persone e le ha divise in due gruppi, ognuno dei quali aveva una quota uguale di favorevoli, contrari e indecisi. Il primo gruppo è stato informato di diversi fatti sulla pena di morte – come le procedure di esecuzione e la possibilità di errori giudiziari – mentre l’altro gruppo non ha ricevuto alcuna informazione aggiuntiva. I risultati hanno evidenziato nel primo gruppo un 36 per cento di favorevoli a mantenere la pena di morte contro il 46 per cento del secondo gruppo. Uno studio finale ha visto un gruppo di persone decidere sulla questione per un giorno. I risultati hanno mostrato opinioni spesso oscillanti, coi partecipanti sempre più tolleranti verso il punto di vista opposto. Invece di misurare il sostegno alla pena di morte, secondo Sato, il Governo dovrebbe misurare il livello di tolleranza verso la sua abolizione, perché la sua ricerca mostra una maggioranza dell’opinione pubblica giapponese disposta ad “accettare o tollerare” l’abolizione. 
Il 31 ottobre 2012, il Giappone è stato sottoposto alla Revisione Periodica Universale del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU. Il 14 marzo 2013, il Giappone ha respinto la raccomandazione fatta da più di 20 Stati membri di introdurre una moratoria sulle esecuzioni in vista della completa abolizione. Takashi Okada, rappresentante permanente del Giappone a Ginevra, ha detto che il Giappone non ritiene che sia opportuno abolire la pena di morte.
Il 18 dicembre 2014, il Giappone ha votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.