giovedì 17 settembre 2015

Gian Gastone de' Medici


Gian Gastone de' Medici
Giangastone de' Medici.jpg
Gian Gastone de' Medici, ritratto di Niccolò Cassana (1695 ca.)
Duca di Firenze e Granduca di Toscana
In carica1723-1737
PredecessoreCosimo III de' Medici
SuccessoreFrancesco III di Lorena
Nome completoGiovanni Gastone de' Medici
NascitaFirenze, 25 maggio 1671
MorteFirenze, 9 luglio 1737
Luogo di sepolturaCappelle MediceeFirenze
Casa realeMedici
PadreCosimo III de' Medici
MadreMargherita Luisa d'Orléans
ConsorteAnna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg
Giovanni Gastone de' Medici, meglio noto come Gian Gastone o Giangastone (Firenze25 maggio 1671 – Firenze9 luglio1737), fu l'ultimo Granduca di Toscana appartenente alla dinastia de' Medici. Regnò dal 1723 al 1737.

  Biografia

La giovinezza


Luca GiordanoIl Trionfo dei Medici,Palazzo Medici Riccardi1685.
Gian Gastone è il bambino sul cavallo a sinistra.
Figlio terzogenito di Cosimo III de' Medici e di Margherita Luisa d'Orléans, crebbe trascurato dai genitori poiché la madre tornò in Francia quando il principino aveva appena quattro anni, e il padre era occupato soprattutto a curare l'educazione e la carriera del primogenitoFerdinando, erede al trono, e della secondogenita Anna Maria Luisa, considerata una preziosa pedina matrimoniale da spendere per qualche unione illustre.
Il giovane Gian Gastone, sensibile e intelligente, si dedicò presto ad interessi scientifici e trovò comprensione solo nello zio cardinale Francesco Maria de' Medici, personaggio vizioso e anticonformista nonostante l'abito ecclesiastico, e in Giuliano Dami, un modesto servitore "donatogli" dal marchese Ferdinando Capponi, che si legherà al granduca per tutta la vita prima come amante, e poi come complice delle sue scorribande omosessuali.

Erede al trono

Gian Gastone assunse una decisiva importanza agli occhi del padre Cosimo III solo quando fu chiaro che il matrimonio del primogenito Ferdinando con la principessa Violante Beatrice di Baviera era destinato a non generare figli: a parte l'ostilità di Ferdinando, dichiaratamente bisessuale, verso la moglie, si aggiunse pure la sifilide che lo stesso Ferdinando contrasse in occasione di un libertino soggiorno a Venezia e che doveva portarlo prima ad una precoce demenza, e poi ad una prematura scomparsa.
Cosimo III e Anna Maria Luisa, nel frattempo andata sposa a Giovanni Guglielmo del Palatinato, si misero allora in cerca di una sposa per Gian Gastone. Anna Maria Luisa propose il nome di sua cognata Anna Maria Francesca di Sassonia-Lauenburg, una nobildonna tedesca molto grassa, rozza e di gusti volgari. Il matrimonio, celebrato nel 1697, finì prestissimo: Gian Gastone abbandonò la residenza della moglie che non aveva voluto trasferirsi a Firenze (era rimasta a Reichstadt, un piccolo villaggio fra le montagne della Boemia) a castello Ostrov, e si recò prima a Parigi e poi aPraga, dove si diede ad una vita dissoluta assieme all'amico Giuliano Dami.
Nel 1708 Gian Gastone se ne tornò definitivamente a Firenze. Pur abitando a Palazzo Pitti condusse vita semplice e ritirata, estraniandosi completamente dagli affari di stato, per i quali non aveva mai mostrato alcun interesse, e continuò ad odiare il fasto della corte come aveva sempre fatto. Passava il tempo leggendo opere scientifiche, specie di botanica, e raccogliendo oggetti di antiquariato, di cui era buon intenditore.
Intanto, Cosimo III aveva tentato un tragicomico tentativo di avere un erede alternativo a Gian Gastone: fece abbandonare il cappello cardinalizio a Francesco Maria e lo costrinse a sposare la giovanissima principessa Eleonora Luisa Gonzaga nella speranza che avessero un figlio, speranza rimasta vana a causa dell'improvvisa morte di Francesco Maria.

Gli anni di regno

Nel 1722, quando oramai la Toscana era considerata dalle potenze europee solo come una preziosa pedina per i vari mercanteggiamenti di troni, Gian Gastone assunse per la prima volta incarichi governativi come reggente, date le cattive condizioni di salute dell'ottantenne Cosimo III. L'anno successivo Cosimo III morì e Gian Gastone salì al trono, anche se era cosciente che il suo regno sarebbe stato solo una formalità e che il potere era oramai nelle mani delle grandi potenze. Disse al momento dell'incoronazione:
« Mi pare di far la parte del Re in una commedia»
Poiché l'omosessualità di Gian Gastone era nota a livello europeo, i suoi quattordici anni di regno furono caratterizzati dai numerosi progetti delle potenze europee per la futura successione al trono in Toscana: in un primo tempo il granducato fu destinato ad un figlio cadetto di Filippo V di SpagnaDon Carlo di Borbone, che fece il suo ingresso a Firenze nel 1732 ben accolto dal Granduca. Ricevendolo a Palazzo Pitti, Gian Gastone commentò bonariamente:
« Andiamo a vedere di chi m'han fatto padre a sessant'anni le potenze europee»
Successivamente si decise che Don Carlo di Borbone sarebbe diventato Re di Napoli e di Sicilia e che la Toscana sarebbe andata a Francesco Stefano di Lorena fidanzato diMaria Teresa d'Austria. Gian Gastone de' Medici, conscio che le forze erano impari, non provò nemmeno ad opporre resistenza ai progetti delle potenze europee.
Nonostante ciò, Gian Gastone ebbe lo stesso la forza di effettuare alcune grandi riforme che rimediarono almeno in parte al malgoverno del padre, gettando in parte le basi delle riforme lorenesi: condusse una politica laica e ridusse il potere e l'influenza della Chiesa; risollevò le sorti dell'Università di Pisa; fece tributare solenni onoranze a Galileo Galilei nella basilica di Santa Croce; abrogò i decreti del padre contro le prostitute, gli ebrei e le feste laiche; ridusse notevolmente il carico fiscale e affidò il governo di Siena all'intelligente Violante Beatrice di Baviera, a cui era legato da sempre da fraterna amicizia (odiava invece la propria sorella Anna Maria Luisa de' Medici, che considerava la responsabile del suo matrimonio).
Gian Gastone, pigro e flaccido, non amava il potere ma amava la libertà: quando l'arcivescovo di Firenze gli reclamò l'applicazione di alcune leggi ecclesiastiche in contrasto con il codice granducale, Gian Gastone gli ordinò di occuparsi degli affari suoi, cioè dell'anima. Inoltre, quando il papa gli impose di licenziare il ministro Giulio Rucellai, notoriamente anticlericale, il Granduca non gli rispose nemmeno.
La vita quotidiana del Granduca si svolgeva con metodi e ritmi non proprio degni di quella che era stata una delle corti più raffinate ed eleganti del mondo: Gian Gastone de' Medici non amava la vita mondana, non aveva ambizioni e mire di potere, il lavoro gli pesava e mostrarsi in pubblico per lui era una tortura. Si fece vedere solamente nei primi anni di regno, poi rimase chiuso dapprima nei suoi appartamenti, poi nella sua camera, e infine nel suo letto, che rifiutò sistematicamente di abbandonare per mesi interi. Stando confinato a letto riceveva ministri e ambasciatori, con i quali sbrigava le principali pratiche d'ufficio.
Gian Gastone era solito pranzare a letto alle cinque del pomeriggio e cenare alle due di notte; i cani dormivano con lui; puzzava di tabacco e di vino; era solito vomitare e compiere i propri bisogni corporali nel letto e ideare stravaganti novità come il fare entrare un somaro, dei saltimbanchi o degli orsi nella camera. Una volta dovettero salvarlo dalle mani di alcuni saltimbanchi polacchi che egli aveva provocato lanciandogli in faccia il bicchiere dopo essersi ubriacato con loro.
Trascorreva poi le giornate in festini omosessuali organizzati da Giuliano Dami, il quale si occupava personalmente di reclutare ragazzini generalmente di modestissima condizione. Questi ragazzi, posti al servizio del Granduca, furono chiamati "ruspanti" perché pagati con i "ruspi", le monete del Granducato di Toscana fatte coniare da Cosimo III. Si calcola che nel 1731 i "ruspanti" fossero circa 370. L'ammissione del candidato ruspante al Granduca seguiva sempre un rituale preciso:
« Come era introdotto il novizio, (Gian Gastone) gli dava del signore, lo lodava, gli guardava i denti se erano bianchi, che così gli piacevano, se era biondo, se aveva buon fiato, e se camminava disinvolto; poi lo faceva sedere sul letto e l'invitava a bere il rosolio, lo visitava se era di buon nerbo (membro virile) e se subito s'adirava (rizzava), che se non aveva queste due qualità non era di suo gusto »
Gian Gastone, per puro masochismo, provava gusto nell'essere insultato e vilipeso da quei giovani, e i ruspanti erano appositamente istruiti su come insultare il Granduca:
« farsi dare del coglione, e del viso di cazzo, e becco fottuto, e per forza voleva che così lo trattassero »
Il Granduca non si accontentava delle ingiurie verbali e non disdegnava i rapporti di gruppo: alcune sere venivano radunati dieci o dodici ruspanti e Gian Gastone dava il "via":
« volendo toccare e sentire quanto era entrata la lancia, e sembrandogli poco penetrare diceva, pigiate, pigiate »
Inoltre provava piacere ad essere derubato: i ruspanti erano soliti trafugare gli oggetti di valore del Granduca per poi rivenderli a dei mercanti, i quali tornavano poi ad offrirli al Granduca. Questi, riconoscendoli, esclamava: "Toh, chi non muore si rivede!", e li ricomprava.
A soffrire per queste bizzarrie era principalmente Anna Maria Luisa, sorella di Gian Gastone. Una volta lei lo convinse ad offrire finalmente un pranzo per i funzionari di corte. Gian Gastone li invitò, si ubriacò, si mise a ruttare, vomitò sulla tovaglia e si pulì la bocca con i riccioli della parrucca.

Il Granduca vietava a tutti di pulire il suo letto e solo dopo l'imbarazzo provato durante la visita di un ambasciatore (la camera fu inondata di rose per coprire il puzzo) e dopo lo svenimento della cognata Violante che era andata a trovarlo, si decise ad alzarsi per far fare le pulizie.
Siccome a Firenze correva voce che, a causa di quelle condizioni pietose, il Granduca fosse in punto di morte, egli decise di dimostrare che non era vero facendosi portare in carrozza alla festa di san Giovanni Battista, patrono della città. Per vincere il terrore che la folla da sempre gli incuteva, Gian Gastone aveva bevuto più del solito, e ogni tanto si sporgeva dal finestrino per vomitare. I fiorentini lo videro con la parrucca spettinata perché se ne adibiva i boccoli a tovaglioli, ridotto ad un rottame a causa dell'alcool, dei vizi, e, probabilmente, colpito da una delle malattie psichiche ereditarie della famiglia Medici, ma nonostante ciò lo acclamarono ugualmente.

La morte e le esequie solenni

Le esequie di Gian Gastone nella basilica di San Lorenzo.
La salute del granduca Gian Gastone, oramai minata da anni, peggiorò sensibilmente nel giugno del 1737. Il principe di Craon, arrivato in quel mese a Firenze in rappresentanza del futuro granduca Francesco Stefano di Lorena, scrisse a quest'ultimo: «Ho trovato il Granduca in condizioni da fare pietà: non era in grado di alzarsi dal letto, aveva la barba lunga, i lenzuoli sudici, la biancheria in disordine e senza trine, la vista annebbiata e indebolita, la voce bassa e stentata, e nel complesso dava l'impressione di non avere un mese di vita».
Alcuni giorni dopo l'elettrice Anna Maria Luisa, preoccupata per la salute del fratello (che aveva ordinato di non farla entrare nei propri appartamenti), riuscì a entrare nella camera del granduca attraverso un passaggio segreto. Gian Gastone, nonostante l'agonia, non appena la vide riuscì a gridarle di andarsene e le rivolse parole offensive. Tuttavia, saputo che la sorella stava piangendo disperata in camera sua, Gian Gaston si pentì e le mandò le sue scuse, dicendole anche che poteva venire a trovarlo a suo piacere.
La mattina dell'8 luglio Gian Gastone mandò a chiamare Don Ippolito Rosselli, priore della chiesa di Santa Felicita, si confessò e poi ricevette il viatico alla presenza della sorella e delle cariche. Verso mezzogiorno ricevette l'estrema unzione e fissando un crocifisso disse: «Sic transit gloria mundi». Dopo aver passato il pomeriggio a pregare, verso sera fu deciso di far riposare il granduca. Alle due e venti pomeridiane del 9 luglio Gian Gastone de' Medici, ultimo granduca di Toscana della sua dinastia, spirò serenamente, circondato dalla sorella Anna Maria Luisa, dai più importanti ecclesiastici toscani e dalle maggiori cariche del regno. Erano passati duecento anni da quando nel 1537 era asceso al potere Cosimo I de' Medici, secondo duca di Firenze e primo granduca di Toscana, colui che aveva fatto la fortuna della casata.

Il principe di Craon, reggente in nome del nuovo granduca Francesco Stefano, comandò al generale Wactendonck di prendere ordini dall'elettrice Anna Maria Luisa per organizzare le esequie di Gian Gastone, affinché avvenissero secondo le forme e l'abituale sfarzo di Casa Medici[13]. Il 10 luglio, dopo l'autopsia e l'imbalsamazione, il corpo di Gian Gastone fu esposto a Palazzo Pitti su un sontuoso catafalco a forma di trono, ricoperto da una coltre di velluto nero ricamata d'oro con le armi dei Medici. Per tre giorni un lungo corteo andò a visitare la salma del granduca e infine la sera del 14 luglio iniziò il corteo funebre da Palazzo Pitti alla basilica di San Lorenzo: «Il morto era sopra un gran letto, in abito granducale con la corona reale in testa, con scettro e stocco e con ai piedi l'abito di Gran Maestro e l'armatura. Intorno ad esso i paggi d'onore parte con bandiere in mano di drappo nero e parte coi torcetti. Il letto era coperto da un gran baldacchino tutto nero, sostenuto dai signori feudatari del Granduca e da altri signori e cariche di Corte a vicenda». L'elettrice palatina, arrivata alla basilica in carrozza, ne scese e accompagnò la salma fino a quando fu deposta su un gran catafalco d'argento posto dinanzi all'altare maggiore. Dopo la partenza di Anna Maria Luisa, il corpo fu prelevato e posto in tre casse: una di piombo, una di cipresso e una di legno comune. Le esequie solenni furono celebrate il 9 ottobre 1737 per ordine del nuovo granduca e l'orazione funebre fu tenuta dall'abate Giuseppe Buondelmonti.

Come tutti i suoi antenati, Gian Gastone non fu posto nella monumentale Cappella dei Principi, dove si trovano in realtà dei vuoti sarcofagi in porfido, ma nella cripta delleCappelle medicee, realizzata due secoli prima dal Buontalenti. Nel caso specifico la bara di Gian Gastone era stata posta in una nicchia dietro l'altare della cripta, scoperta soltanto durante l'ultima ricognizione del 2004 ad opera del professore di storia della medicina dell'Università di Pisa Gino Fornaciari: «Gian Gastone era sepolto in una “cripta sotto la cripta”. Una scaletta di accesso conduceva davanti al sarcofago del granduca, contornato da numerosi altri sarcofagi che poi abbiamo scoperto essere tutti di bambini. L’alluvione del 1966 aveva danneggiato irrimediabilmente molte delle sepolture, ma quelle salve contenevano ancora il corpo del defunto in ottime condizioni [...] Nel caso di Gian Gastone sfortunatamente i resti erano danneggiati, ma la sepoltura è risultata intatta ed è stato possibile così rinvenire la sua corona, un’epigrafe celebrativa posta dietro la testa, due medaglioni d’oro assai voluminosi e pregevoli, un crocefisso d’argento che il granduca doveva indossare sul petto e un tubo di piombo contenente un documento»