martedì 22 settembre 2015

GIOVANNI de' MEDICI   dalle bande nere


MEDICIGiovanni de’ (Giovanni dalle Bande Nere). – Nacque a Forlì il 6 apr. 1498 da Caterina Sforza, figlia illegittima del duca diMilano Galeazzo Maria e signora di Imola e Forlì, e dal suo terzo marito, Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici, detto il Popolano, giunto alla sua corte nel 1496 come ambasciatore della Repubblica fiorentina.
Battezzato con il nome di Ludovico, dopo l’improvvisa morte del padre, il 14 sett. 1498 il M. ne assunse il nome per volontà della madre. Alla fine del 1499, alla vigilia dell’attacco delle forze franco-papali guidate da Cesare Borgia, Caterina inviò il M. a Firenze, dove lo raggiunse nel luglio 1501 perché costretta nel frattempo dai Borgia a rinunciare a ogni pretesa su Imola e Forlì. Nel 1503 vinse la dura battaglia legale contro il cognato, Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, per ottenere i beni ereditati dal defunto marito e la custodia del M., che da Lorenzo fu rapito e rinchiuso nel convento di S. Vincenzo Annalena, nel quartiere d’Oltrarno, dove rimase fino alla morte dello zio (20 maggio 1503). Caterina potè quindi dedicarsi all’educazione del M., sforzandosi di trasmettergli i valori della nobiltà militare italiana alla quale ella apparteneva. Caterina morì il 28 maggio 1509; poco prima affidò il M. alla tutela di Iacopo Salviati, membro di una delle famiglie più antiche e potenti di Firenze, e di sua moglie Lucrezia de’ Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico. Il M., che sin dall’infanzia aveva dimostrato un temperamento violento e insofferente all’autorità, solo in parte frenato dalla forte figura materna, divenne un adolescente rissoso e dissoluto, amante delle armi, del gioco e delle donne, costretto per lunghi periodi lontano da Firenze nelle sue proprietà di Castello e di Trebbio a causa delle sue violente intemperanze.
Nel 1512 i Medici tornarono al potere a Firenze e, grazie alla guida e alla protezione dei Salviati, il M. – sebbene appartenesse al ramo cadetto della famiglia che aveva appoggiato la cacciata di Piero di Lorenzo de’ Medici nel 1494 – non tardò a trovare una collocazione adatta alla propria indole e alle proprie aspirazioni nel contesto del nuovo regime mediceo.
In effetti, il M. avrebbe vissuto quasi per intero la sua breve ma intensa vita adulta combattendo al servizio del blocco di potere che si era creato tra l’élite finanziaria fiorentina e i papi della famiglia Medici, Leone X e Clemente VII.
Il M. ebbe il battesimo del fuoco e il suo primo vero comando – una compagnia di cavalleria – durante la cosiddetta guerra diUrbino (1516-17), voluta da Leone X per spogliare il duca di Urbino Francesco Maria I Della Rovere del suo Stato e del titolo e darli al proprio nipote, Lorenzo di Piero de’ Medici. Nel 1517 il M. sposò la figlia di Iacopo Salviati e di Lucrezia de’ Medici, Maria. Da questa unione nacque, il 15 giugno 1519, il loro unico figlio, Cosimo, futuro duca di Firenze. Tra il 1519 e il 1520, Leone X si servì del M. e delle sue truppe per riaffermare con le armi l’autorità papale su alcuni degli elementi più riottosi della nobiltà dello Stato della Chiesa. Risalgono a questo periodo la maggior parte degli episodi di violenza, duelli e risse sia a Firenze sia a Roma, per cui il M. sarebbe poi rimasto famoso. Nel 1521 partecipò all’invasione del Ducato di Milano, allora sotto il controllo della Francia, congiungendosi alle forze imperiali e papali comandate da Prospero Colonna.
La campagna del 1521 costituì il primo assaggio di guerra vera per il M., che fino a quel momento aveva partecipato a conflitti di dimensioni e portata limitate; fu anche il suo primo diretto contatto con il frenetico processo di sperimentazione tattica che caratterizzò la fase finale delle guerre d’Italia. Nel corso della sua breve carriera, il M. si distinse per l’abilità e l’aggressività con le quali riusciva a sfruttare le potenzialità della cavalleria leggera (sia lancieri sia archibugieri a cavallo) e della fanteria tattica, composta da insiemi organici di picchieri e tiratori, in un periodo di transizione delle tecniche di combattimento. L’evento bellico, infatti, mutò da una guerra caratterizzata da frequenti battaglie campali a una prevalentemente di manovra, fatta di piccoli scontri, assedi e imboscate. Sebbene non fosse un innovatore (come è stato sostenuto dai suoi primi biografi), ma un interprete di altissimo livello della scienza militare del suo tempo, il M. fu un elemento di spicco della generazione di condottieri che portò a compimento il processo di trasformazione dell’arte della guerra iniziato in Italia nel 1494 con la calata di Carlo VIII di Valois.

La campagna del 1521 si concluse con un pieno successo per le forze di Leone X e Carlo V d’Asburgo: nel novembre il capitano generale Prospero Colonna occupò Milano riportando al potere Francesco II Sforza, allora alleato degli Asburgo, mentre Parma e Piacenza tornarono a far parte dello Stato della Chiesa. Il 21 dicembre, però, Leone X morì all’improvviso, privando il M. del suo principale referente politico in un momento critico per la sua carriera. Ai primi del 1522 il M. fu nominato governatore delle truppe della Repubblica fiorentina, i cui confini erano resi malsicuri dalle conseguenze politiche e militari della repentina eclissi del potere mediceo a Roma. Nel marzo dello stesso anno però il M., spinto dalla scarsa considerazione mostrata nei suoi confronti sia dagli Imperiali sia dai Medici, decise di accettare le generose offerte che gli venivano fatte dal campo francese. Le modalità dell’improvviso cambio di bandiera del M. nocquero gravemente alla sua reputazione di condottiero, provocando tensioni e spaccature all’interno dei suoi uomini: il M. e i suoi si collocarono dunque dalla parte delle forze perdenti nella sanguinosa battaglia della Bicocca (27 apr. 1522), in seguito alla quale la Francia si vide sfuggire di mano ancora una volta il controllo del Ducato di Milano. Il M. passò quindi al servizio dello Sforza, del quale era parente per via materna, firmando una condotta per due anni.
Risalgono a questo periodo i tentativi del M. di costituirsi un proprio Stato. Comprò Aulla in Lunigiana, entrando subito in violento contrasto con la potente famiglia Malaspina, e agì da protettore dei possedimenti della sorellastra Bianca Riario (figlia di Caterina Sforza e del primo marito Girolamo Riario), vedova del conte Troilo (I) de’ Rossi di San Secondo, e dei figli di questa nel territorio di Reggio Emilia. Il M. fu però costretto a rivendere Aulla nel 1525, e anche i suoi lunghi periodi di permanenza a Fano non si tradussero in nulla di concreto. In effetti, i titoli e le terre assegnati al M. nel corso della sua breve carriera andarono tutti perduti nel vortice politico e militare delle guerre d’Italia.
Alla fine del 1523 il M., che militava nel campo imperiale, si distinse con i suoi nella vittoriosa difesa di Milano assediata dall’esercito francese guidato dall’ammiraglio di Francia Guillaume Gouffier. Nell’aprile 1524 costrinse a tornare sui loro passi 5000 fanti svizzeri che avevano disceso la Valtellina per andare in soccorso dei Francesi, e conquistò quindi Caravaggio eAbbiategrasso.
Conclusesi le operazioni in Lombardia con un’altra dura sconfitta per la Francia, il M. – grazie anche alla preziosa mediazione della moglie Maria Salviati – tornò al servizio degli interessi del ramo principale della famiglia Medici, il cui potere era di nuovo saldo sia a Firenze sia a Roma in seguito alla morte di Adriano VI (14 sett. 1523) e all’elezione del cardinale Giulio de’ Medici a papa col nome di Clemente VII (19 nov. 1523). Seguendo l’orientamento in politica internazionale del nuovo pontefice, che, sebbene formalmente neutrale tra Asburgo e Valois, stava assumendo una posizione sempre più filofrancese, nel dicembre 1524 il M., alla testa di 2000 fanti e circa 200 cavalleggeri, si unì all’esercito francese che assediava Pavia, dove si erano ritirate le truppe imperiali sotto il comando di Antonio de Leyva. Ferito gravemente alla gamba destra da un colpo di archibugio il 20 febbr. 1525 durante una scaramuccia sotto le mura della città assediata, il M. fu costretto a lasciare il campo per farsi curare adeguatamente, e non partecipò alla decisiva battaglia di Pavia (24 febbraio), che si concluse con la spettacolare disfatta dell’esercito francese e la cattura dello stesso re Francesco I. Indebolite dalle perdite sostenute durante l’assedio e prive del loro capo, nel corso della battaglia le truppe del M. furono travolte e disperse dalla sortita della guarnigione di Pavia.

Il rovinoso crollo delle fortune francesi in Italia seguito alla sconfitta di Pavia e la minaccia dell’affermarsi dell’egemonia asburgica sulla penisola provocarono la formazione della Lega antimperiale di Cognac, siglata il 22 maggio 1526 tra Francia, il duca di Milano, Venezia, Firenze e il papa, con l’appoggio esterno dell’Inghilterra. Il M. fu nominato capitano generale della fanteria italiana dell’esercito della Lega destinato a scacciare gli Imperiali dal Ducato di Milano. Il 20 sett. 1526 i filoimperiali Colonna e i loro partigiani penetrarono a sorpresa in Roma, obbligando con le armi Clemente VII a ritirarsi dalla Lega per quattro mesi. Per mantenere il proprio comando il M., che era soldato del papa, si trovò quindi ancora una volta a passare agli stipendi del re di Francia. La situazione di sostanziale stallo della guerra in Lombardia seguita alla forzata, seppur momentanea, neutralità di Clemente VII, fu rotta dalla calata dal Tirolo di 12.000 fanti tedeschi reclutati e guidati da Georg von Frundsberg, che arrivarono il 21 novembre a Castiglione delle Stiviere dopo aver superato le difese dei valichi alpini predisposte dall’esercito veneziano. Per impedire il congiungimento dei lanzichenecchi di Frundsberg con le residue forze imperiali comandate dal duca Carlo di Borbone connestabile di Francia, Francesco Maria I Della Rovere, capitano generale della Lega in Italia, decise di seguire il consiglio del M., lasciando le truppe francesi e svizzere a presidiare il campo fortificato presso Vaprio d’Adda, posto a copertura di Milano, e muovendosi con le truppe più mobili della Lega, cioè la cavalleria e la fanteria italiane, per intercettare i Tedeschi prima che potessero attraversare il Po e rompere così il contatto con le forze della Lega. L’azione delle truppe italiane, guidate personalmente dal M. con la consueta aggressività, fu di particolare efficacia, e stava cominciando a dare i primi risultati quando, il 25 novembre, alla conclusione di uno scontro con la retroguardia dei lanzichenecchi a Governolo (alla confluenza del Mincio nel Po, nel Marchesato di Mantova), il M. fu colpito da un colpo di falconetto (un pezzo di artiglieria leggera) che gli fracassò il femore della gamba destra. Trasportato tra molte difficoltà a Mantova, nel palazzo del suo amico e compagno d’armi Luigi Gonzaga, il ritardo nei soccorsi e la gravità della ferita resero vana l’amputazione dell’arto leso, eseguita dal celebre medico ebreo Mastro Abramo.
Il M. morì a Mantova nella notte tra il 29 e il 30 nov. 1526, probabilmente in conseguenza di una grave infezione.
All’epoca dei fatti ci fu chi insinuò il dubbio che Mastro Abramo avesse in qualche modo causato la morte del M. dietro istigazione del marchese di Mantova Federico II Gonzaga, che, oltre a essere in trattative con gli Imperiali, era stato uno dei numerosi nemici personali del Medici. Tuttavia la morte, qualunque ne sia stata la causa effettiva, rappresentò il vero punto di inizio del mito del Medici. Sebbene nel corso della sua esistenza avesse raggiunto una certa fama, egli non si era sostanzialmente distinto dagli altri giovani e capaci comandanti della sua generazione che erano caduti sul campo nel corso della fase più sanguinosa e violenta delle guerre d’Italia prima di poter raggiungere la maturità militare. Il M. aveva partecipato a una sola grande battaglia (quella della Bicocca), giocando in essa un ruolo abbastanza marginale e militando tra i perdenti. I suoi più grandi successi li ottenne al comando di alcune centinaia di cavalieri e di una unità di fanteria le cui dimensioni non superavano quelle di un reggimento o, secondo la terminologia militare italiana dell’epoca, di un «colonnello» (termine che indicava sia l’unità, cioè un corpo tra le 1000 e le 3000 unità, sia il suo comandante), raggiungendo il rango di generale solo nel corso della sua ultima campagna. Inoltre, il M. rimase per tutta la vita una figura di secondo piano nel contesto della famiglia Medici, e lasciò alla moglie e al figlio Cosimo un patrimonio familiare dissestato dai debiti e il peso di una reputazione postuma di soldato che a Firenze, dove erano ancora forti i tradizionali valori civici, rappresentò inizialmente più un’eredità imbarazzante che un merito.
Il primo abbozzo di quello che era destinato a essere il mito del M. fu elaborato da Pietro Aretino, che era stato suo confidente e, alla fine, testimone diretto della sua agonia (Aretino, 1995). Fu tuttavia suo figlio Cosimo, eletto inaspettatamente duca di Firenze nel 1537, a promuovere la complessa rielaborazione letteraria e iconografica della figura paterna, destinata a trasformare il M. in un invincibile cavaliere rinnovatore dei costumi e delle tattiche della milizia italiana, il degno (seppur sfortunato) genitore del nuovo pater patriae di Firenze, capostipite della dinastia dei granduchi di Toscana. Scivolata in un relativo oblio a seguito dell’estinzione della dinastia stessa e del passaggio del Granducato agli Asburgo-Lorena nel 1737, la figura del M. conobbe nuovi e incisivi sviluppi durante il Risorgimento. A quel punto, da eroe dinastico qual era, il M. assurse al rango di eroe nazionale e romantico con il nome di Giovanni dalle Bande Nere, ultimo dei grandi «capitani di ventura» (una definizione peraltro inapplicabile al M.), supremo quanto tragico esempio di valore italico alla vigilia della disastrosa conclusione delle guerre d’Italia e dell’inizio del plurisecolare asservimento della penisola allo straniero. Quello di Giovanni dalle Bande Nere era stato uno dei vari titoli attribuiti al M. nella elaborazione postuma della sua leggenda. Le Bande Nere erano le truppe di fanteria sotto il suo diretto comando nel corso dell’ultima campagna che, dopo la morte del M., avevano preso il lutto, abbrunando le loro bandiere e indossando «bande» (tracolle) nere. Oppostesi con successo a ogni tentativo di scioglimento e riorganizzazione imposto dall’alto, le Bande Nere avevano formato un corpo a parte nell’esercito della Repubblica fiorentina fino al 31 ag. 1528, quando furono costrette alla resa dall’esercito imperiale ad Aversa. La necessità da parte dei letterati e degli storici risorgimentali di scoprire nel M. una nota di moralità e coerenza personale, in una vita professionale caratterizzata da frequenti cambi di bandiera, e di distinguerlo nettamente dai suoi «imbelli» e «tirannici» discendenti portò alla progressiva enfatizzazione del lutto preso dal M. e dalle sue truppe in occasione della morte di Leone X (cfr. Mémoires…), anticipando la nascita di Giovanni dalle Bande Nere alla fine del 1521. Col passare del tempo e il complicarsi dell’intreccio tra inventio letteraria e storiografica da cui aveva tratto origine, Giovanni dalle Bande Nere finì con l’acquisire vita e caratteristiche proprie, divenendo una figura sempre più distinta e autonoma dal M. storico. L’apice della elaborazione e della popolarità del personaggio fu raggiunto durante gli anni Trenta del Novecento, quando il regime fascista se ne appropriò, facendone una delle proprie icone. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il sovrapporsi degli effetti della reazione culturale alla retorica militarista fascista e di quelli del prolungato disinteresse manifestato dagli storici italiani nei confronti della storia militare dell’Età moderna ha fatto in modo che la figura del M. cadesse nell’oblio e non fosse ripresa in esame in modo organico fino a tempi storiograficamente recenti, rimanendo prigioniera di quella di Giovanni dalle Bande Nere.