lunedì 14 settembre 2015



Homo naledi, le questioni aperte





La ricomposizione di uno scheletro svela la struttura corporea di Homo naledi. Spalle, fianchi e torso rimandano ai tratti di antenati primitivi, mentre la parte inferiore del corpo mostra adattamenti più simili a quelli dell'uomo moderno. Cranio e denti hanno caratteristiche miste.
Scheletro: Stefan Fichtel. Fonti: Lee Berger e Peter Schmid, University of the Witwatersrand (WITS), Sudafrica; John Hawks, University of Wisconsin-Madison


Ma datare i fossili solo in base al loro aspetto è molto rischioso. Tratti di un antenato primitivo possono coesistere nello stesso scheletro accanto ad altri che si sono evoluti in una forma più moderna. I fossili potrebbero essere molto più recenti o - caso più improbabile - molto più antichi di quanto suggerirebbe la loro morfologia.

In Africa orientale, gli strati di cenere vulcanica accumulati sul terreno hanno permessi di datare con grande precisione i fossili di celebri ominidi, come Lucy, l'AustraIopithecus afarensisvissuto 3,2 milioni di anni fa. È noto invece che i ritrovamenti nelle grotte sudafricane sono difficili da datare. Spesso l'età di uno scheletro si può stimare in base ai resti di animali estinti ritrovati negli stessi depositi: ma a parte un osso di gufo e alcuni denti di roditore, nella grotta di Homo naledi non sono stati trovati fossili di altri animali.

Finché non si scoprirà la loro vera età, dicono alcuni scienziati, il valore scientifico delle ossa ritrovate resterà in una sorta di limbo. "Senza una datazione, questi fossili sono più una curiosità che una scoperta che cambia la storia della paleoantropologia", dice William Jungers, paleontologo alla State University of New York di Stony Brook. "Solo quando sapremo la loro età potremo capire dove si inseriscono nell'albero genealogico della nostra specie: sono un ramoscello che cerca un ramo in cui innestarsi".

Alcuni ricercatori mettono perfino in dubbio che quelle ossa rappresentino una nuova specie. "In base ai dati presentati, i fossili appartengono a individui primitivi di Homo erectus", ha dichiarato Tim White dell'Università di Berkeley, "una specie identificata già nell'Ottocento.

Il primo cimitero della storia?
L'articolo che descrive i fossili è stato pubblicato sulla rivista eLife da un team guidato da Lee Berger,  paleoantropologo della University of Witwatersrand di Johannesburg ed explorer in residence di National Geographic (tra i firmatari anche l'italiano Damiano Marchi dell'Università di Pisa - nota del redattore italiano). In un articolo che accompagna la ricerca principale, Chris Stringer del Natural History Museum di Londra ha espresso perplessità per la decisione di pubblicare i risultati prima di poter effettuare almeno qualche tentativo di stimare l'età dei fossili. La datazione al radiocarbonio, ad esempio, potrebbe almeno determinare se i fossili sono più antichi di 50 mila anni (oltre questo limite il radiocarbonio non è più efficace).
"Come e più di tutti, anche noi vorremmo sapere quanto sono antiche le ossa", sostiene John Hawks della University of Wisconsin, che ha affiancato Berger nella direzione dell'analisi dei fossili. Ma, continua, in mancanza di ossa di altri animali, l'unico altro materiale presente nella grotta databile al radiocarbonio o con altre tecniche sarebbero le ossa stesse, che uscirebbero certo danneggiate dal tentativo di datarle. "Abbiamo pensato che non potevamo intraprendere nessuna iniziativa che potesse danneggiare il materiale prima di aver pubblicato la sua descrizione".

L'assenza di ossa di altri animali, inoltre, fa pensare che la cavità dove sono stati trovati i fossili di H.naledi non sia mai stata accessibile dalla superficie. Oggi può essere raggiunta solo attraversando al buio un passaggio stretto e tortuoso lungo un centinaio di metri. 

Ma allora come sono finiti quegli scheletri - appartenenti ad almeno 15 individui - nell'anfratto dove sono stati ritrovati? La risposta data da Berger e colleghi a questo interrogativo ha sollevato molte perplessità. Gli studiosi sostengono che altri Homo naledi abbiano intenzionalmente gettato i cadaveri dei loro consimili dall'alto del pozzo che conduce all'anfratto dove sono stati ritrovati. Ma prima avrebbero dovuto attraversare quel passaggio stretto e lungo, e quasi sicuramente avrebbero dovuto farsi luce con torce o lampade primitive: tutti comportamenti complessi che secondo molti scienziati sono impensabili in una creatura dal cervello grande come quello di un gorilla.

"Io penso che dev'esserci un'altra spiegazione", dice Bernard Wood, esperto di specie primitive di Homo della George Washington University. “Solo che non l'abbiamo ancora trovata”. E Jungers rincara la dose: "Affermare che creature dal cervello grande come una capocchia di spillo avessero 'riti funebri' con cui si liberavano dei cadaveri fa più notizia di un semplice 'non abbiamo alcuna idea'".