sabato 24 ottobre 2015


NESSUNO TOCCHI CAINO

no alla pena di morte !!!!!!!!!!!!


1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : LETTERA APERTA AI MASSIMI RESPONSABILI DELLO STATO ITALIANO ALLA VIGILIA DELLA VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN 2.  NEWS FLASH: ONU: BAN KI-MOON PREOCCUPATO PER L’AUMENTO DELLE ESECUZIONI IN IRAN 3.  NEWS FLASH: ROMA: 27 OTTOBRE PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA ARTISTICA CON I DETENUTI DI REBIBBIA 4.  NEWS FLASH: PAKISTAN: ALTRI 15 PRIGIONIERI IMPICCATI 5.  NEWS FLASH: MALDIVE: ANNULLATA CONDANNA ALLA LAPIDAZIONE PER ADULTERIO 6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :


LETTERA APERTA AI MASSIMI RESPONSABILI DELLO STATO ITALIANO ALLA VIGILIA DELLA VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN


L’elezione di Hassan Rouhani come Presidente della Repubblica Islamica ha portato molti osservatori, alcuni difensori dei diritti umani e la comunità internazionale a essere ottimisti. Tuttavia, il nuovo Governo non ha cambiato il suo approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte; anzi, il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato: circa 2.000 prigionieri sono stati giustiziati in Iran dall’inizio della presidenza di Rouhani nel giugno 2013 ad oggi.

Nel solo anno in corso, al 1° ottobre, sono state compiute almeno 835 esecuzioni, un numero record mai registrato finora e un ritmo che, se resterà tale, porterà a più di mille esecuzioni quest’anno.

Il dato più preoccupante è che almeno 546 esecuzioni sono state effettuate quest’anno per reati di droga, il che corrisponde a circa l’89% del totale mondiale per questo tipo di reati, se si escludono quelle compiute in Cina, il cui numero è sconosciuto ma sicuramente inferiore di gran lunga al dato iraniano. Occorre, a questo proposito, rilevare che tutti gli organismi delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno dichiarato i reati di droga non ascrivibili alla categoria dei “reati più gravi” per i quali sarebbe “legittima” l’applicazione della pena di morte.

La Repubblica Islamica detiene il numero più alto delle esecuzioni di minorenni, che sono raddoppiate nel 2014 (almeno 17) e sono continuate nel 2015 (almeno 4), fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo e del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che pure ha ratificato.

Le impiccagioni di appartenenti alle minoranze etniche e religiose per fatti non violenti o di natura essenzialmente politica si sono intensificate nel 2014 (almeno 32) e nei primi mesi del 2015 (almeno altre 16). Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” fossero in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte.

Le esecuzioni per motivi politici ordinate dalla Repubblica Islamica guidata da Hassan Rouhani sono l’ultimo capitolo di una storia iniziata nell’estate 1988 quando, in seguito a una fatwa di Khomeini, sono stati impiccati oltre 30.000 prigionieri politici, in massima parte simpatizzanti dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI), accusati di essere “nemici di Allah”. Mentre molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani lo hanno definito un crimine contro l’umanità, molti dei responsabili di quel massacro fanno oggi parte della classe dirigente del regime. Come Mostafa Poor Mohammadi e Seyed Ebrahim Reisi – due dei cinque membri del cosiddetto “Comitato del perdono” che Khomeini aveva inviato nelle carceri e poi rivelatosi essere un “Comitato della morte” responsabile di quel genocidio –, divenuti oggi, rispettivamente, Ministro della Giustizia e Procuratore Generale della Repubblica Islamica.

Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e queste pratiche vieta. Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver partecipato a feste con maschi e femmine insieme o per oltraggio al pubblico pudore.

L’Iran è diventato uno dei clienti più attivi nell’acquisto di strumenti di censura della rete e ha bloccato circa cinque milioni di siti che trattano di arte, questioni sociali, notizie, di blog e social network.

Il 18 dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una Risoluzione che esprime profonda preoccupazione per l’“allarmante frequenza” dell’uso della pena di morte in Iran, tra cui le esecuzioni pubbliche, le esecuzioni di gruppo segrete e la pratica della pena di morte nei confronti di minori e persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni, in violazione degli obblighi della Repubblica Islamica verso la Convenzione sui Diritti del Fanciullo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Le Nazioni Unite hanno inoltre condannato l’imposizione della pena di morte per reati che non hanno una definizione precisa ed esplicita, tra cui Moharebeh (inimicizia contro Dio), e per reati che non si qualificano come i crimini più gravi, in violazione del diritto internazionale. La Risoluzione ha anche criticato l’uso della tortura e di trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, tra cui la fustigazione e l’amputazione.

Quanto su descritto valga da promemoria per tutte le autorità del nostro Paese che si apprestano a ricevere il Presidente iraniano Hassan Rouhani, la cui visita in Italia è annunciata per il mese di novembre.

Ai massimi rappresentanti dello Stato italiano, riconosciuto da tutti nel mondo come il campione della battaglia per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali e per l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale, chiediamo di porre la questione della pena di morte e più in generale del rispetto dei Diritti Umani al centro di ogni incontro e intesa con rappresentanti della Repubblica Islamica dell’Iran, a partire dal suo Presidente Rouhani.


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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

ONU: BAN KI-MOON PREOCCUPATO PER L’AUMENTO DELLE ESECUZIONI IN IRAN
19 ottobre 2015: il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha condannato l'esecuzione in Iran di due minorenni la scorsa settimana, esprimendo preoccupazione per l'aumento delle esecuzioni nella Repubblica Islamica.
"(Ban) è profondamente rattristato dalla notizia dell'esecuzione di due minorenni la scorsa settimana in Iran", ha detto l'ufficio stampa di Ban in un comunicato, aggiungendo che Teheran ha ratificato sia il Patto internazionale sui diritti civili e politici che la Convenzione sui diritti del Fanciullo, che vietano la pena di morte per chiunque non abbia ancora diciotto anni.
La nota descrive Ban come preoccupato che le esecuzioni della scorsa settimana "riflettano una inquietante tendenza in Iran."
"Sono oltre 700 le esecuzioni segnalate finora quest'anno, di cui almeno 40 pubbliche, che rappresentano il totale più alto registrato negli ultimi 12 anni", ha detto.
L’ONU ha precisato che la maggior parte delle condanne a morte imposte in Iran riguardano reati legati alla droga – crimini che non rientrano tra i "reati più gravi", come richiesto dal diritto internazionale. Il comunicato ha aggiunto che Ban esorta l'Iran a introdurre una moratoria sulla pena di morte per poi abolirla.
Gli attivisti sostengono che la situazione legata ai diritti umani in Iran dovrebbe restare sotto osservazione dopo l’accordo del 14 luglio con le potenze mondiali, in base al quale Teheran vedrà la fine delle sanzioni economiche in cambio di controlli sul suo programma nucleare.
L’organizzazione Human Rights Watch sottolinea che, nonostante l’elezione in Iran nel 20013 del presidente Hassan Rouhani, un pragmatico favorevole a più collaborazione con l'Occidente, non vi sia stato nel Paese alcun significativo miglioramento nel campo dei diritti umani.

ROMA: 27 OTTOBRE PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA ARTISTICA CON I DETENUTI DI REBIBBIA Il progetto artistico dal titolo “Il Figliol ProdigIo”, è stato realizzato nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso a Roma. L’idea nasce dal tema della Misericordia di questo anno giubilare e come spunto si è guardato alla parabola “Il Figliol Prodigo” per proporre una riflessione sulla capacità di ogni essere umano di ritornare sulle proprie responsabilità anche attraverso una forma mediata di linguaggio: quella dell’arte.
Il Carcere è visto e vissuto troppo spesso come luogo separato dalla comunità ma sappiamo tutti che questo non corrisponde alla realtà e che il nostro Paese è stato chiamato a dare conto in sede Europea delle condizioni dei propri istituti di pena.
Ecco perché questo progetto artistico ha l’obiettivo di riaffermare come ogni persona sia portatrice di doveri ma anche di diritti inalienabili e come in ognuno di noi vi sia anche un po’ dell’altro.
Grazie alla disponibilità dell’Amministrazione Penitenziaria e dei suoi operatori e della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Roma, è stato possibile ai volontari della Cooperativa sociale Pronto Intervento Disagio e dell’Associazione Radicale Nessuno Tocchi Caino insieme ad alcuni artisti dell’avanguardia contemporanea romana, la realizzazione di opere pittoriche dei detenuti con il preciso scopo di portare alla luce attraverso immagini, colori, segni quello che spesso con le parole non si riesce a comunicare.
Sono stati coinvolti 11 detenuti del Nuovo Complesso di Rebibbia e gli artisti Paolo Bielli, Alessandro Costa, Giuseppe Graziosi, Marina Haas, Vincenzo Mazzarella, Laura Palmieri, Elena Pinzuti.
Le opere saranno esposte all’intero di Rebibbia il 27.10.2015, h.15.00, Via Raffaele Majetti 70 a ingresso limitato.





PAKISTAN: ALTRI 15 PRIGIONIERI IMPICCATI
23 ottobre 2015: sono almeno 15 i condannati a morte impiccati in Pakistan tra 20 e 21 ottobre.
Il 20 ottobre dieci prigionieri sono stati inviati alla forca in diverse prigioni del Punjab.
Muhammad Farooq è stato impiccato nella prigione distrettuale di Sargodha. Aveva ucciso Ehsanullah nel 2003 nel corso di una lite verbale.
Due prigionieri sono stati impiccati alla prigione di Kot Lakhpat a Lahore. Khalil Ahmad aveva ucciso un uomo di nome Pervez a Nawankot nel 2001, mentre Nadeem aveva ucciso un uomo nella zona di Shadbagh a Lahore nel corso di una lite nel 1999.
Tre condannati a morte sono stati giustiziati nel carcere distrettuale di Attock. Muhammad Bashir aveva ucciso Imran Beg per una disputa di famiglia nel 1998. Amjad Ali aveva ucciso suo il suocero e la suocera per una disputa sul matrimonio nel 2002, mentre Aleeq Shah è stato giustiziato per aver ucciso due persone a Swabi nel 2001.
Mustafa è stato giustiziato nella Nuova Prigione Centrale di Bahawalpur per aver ucciso sei persone, tra cui la moglie, nel 2005.
Un altro prigioniero, Khalil, è stato impiccato nella prigione distrettuale di Kasur per l'omicidio di uno studente universitario, Javed Iqbal, a Lahore nel 2002.
Altri due condannati a morte sono stati inviati al patibolo nel carcere centrale di Faisalabad. Saeed aveva ucciso un uomo a colpi di pistola nel 2003, mentre un altro detenuto, Akram, aveva ucciso un uomo di nome Shaukat nel 2000.
Il 21 ottobre cinque detenuti per omicidio sono stati impiccati nelle carceri di Lahore, Bahawalpur, Toba Tek Singh, Dera Ghazi Khan e Mianwali, mentre l'esecuzione di due condannati è stata rinviata.
Un uomo di nome Fayaz è stato giustiziato nella Nuova Prigione Centrale di Bahawalpur. Aveva ucciso quello che sarebbe diventato suo genero appena prima del matrimonio nel 1997.
Qamar Zaman è stato giustiziato nella prigione distrettuale di Toba Tek Singh per aver ucciso un uomo di nome Iqbal nel 2001.
Un altro prigioniero nel braccio della morte, Saif, è stato inviato al patibolo nel carcere distrettuale di Dera Ghazi Khan per aver ucciso due persone, tra cui sua moglie, per motivi d'onore nel 1996.
Un altro condannato per omicidio, Munir, è stato impiccato nel carcere di Kot Lakhpat a Lahore. Era stato condannato a morte nel 2003.
Un detenuto per omicidio, Afsar Ali, è stato giustiziato nel carcere centrale di Mianwali.
L'esecuzione di altri due condannati è stata rinviata.
Dal 17 dicembre 2014, quando si è conclusa la moratoria di fatto sulla pena capitale, almeno 284 persone, tra cui ventisei condannati per terrorismo, sono state impiccate in varie prigioni del Paese.


MALDIVE: ANNULLATA CONDANNA ALLA LAPIDAZIONE PER ADULTERIO
19 ottobre 2015: la più alta corte delle Maldive ha annullato la condanna alla lapidazione di una donna riconosciuta colpevole di adulterio, hanno riportato organi di informazione.
La donna, che i media locali descrivono come madre di cinque figli, era stata condannata da un giudice locale di una remota isola delle Maldive, popolare destinazione turistica che ha registrato un aumento dell’estremismo islamico.
Secondo il sito di notizie Haveeru, la donna aveva confessato il “crimine” dopo il parto avvenuto sull'isolotto equatoriale di Gemanafushi, circa 400 km a sud della capitale Male.
La Corte Suprema ha archiviato il caso, stabilendo che il giudice ha omesso di prendere in considerazione le procedure legali e Islamiche in vigore nel Paese, che conta circa 340.000 musulmani sunniti, ha riportato il sito Maldives Independent.
Le Maldive, popolare destinazione turistica nell’Oceano Indiano, osserva elementi della sharia e del common law britannico.
Il sesso fuori dal matrimonio è contrario alla legge delle Maldive, anche se il divieto non si applica ai turisti che visitano il Paese.
La condanna alla lapidazione era insolitamente dura anche per le Maldive, che ha spesso sottoposto chi pratica sesso extraconiugale alla fustigazione pubblica.
Non si ha notizia di esecuzioni capitali nel Paese.

Il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha ripetutamente chiesto alle Maldive di porre fine alla pratica della fustigazione di donne condannate per sesso fuori dal matrimonio.