giovedì 11 febbraio 2016

        CRISTIANESIMO E REINCARNAZIONE             



Sant’Agostino, nelle Confessioni, si domanda: 
“La mia infanzia ha forse seguito un’altra mia età, morta prima di essa? Forse quella che ho vissuto nel ventre di mia madre? … E ancora, prima di quella vita, o Dio della mia gioia, io esistevo già in qualche altro luogo o altro corpo?.” 
Il suo contemporaneo San Girolamo (347-420 d.C.), vissuto per anni in Oriente, sosteneva la dottrina delle vite ripetute e si preoccupava che la gente non la capisse: 
“Non conviene si parli troppo delle rinascite, perché le masse non sono in grado di comprendere.” 
San Giustino, martirizzato verso il 165 d.C., si era interessato sia alla reincarnazione che alla metempsicosi: 
“L’anima abita più di una volta in corpi umani, ma se si sono rese indegne di vedere Dio in seguito alle loro azioni durante incarnazioni terrestri, riprendono corpo in animali inferiori.” 
 
Soprattutto Origene, uno dei massimi Padri della Chiesa, affrontò la questione: 
“Le anime che richiedono i corpi si vestono di essi e, quando queste anime cadute si sono elevate a cose migliori, i loro corpi si annientano ancora una volta. Così le anime svaniscono e riappaiono continuamente.” 
Alla fine dunque tutti gli esseri saranno salvati: in ciò consiste quella che Origene chiama apocatastasi, ossia letteralmente “ristabilimento” della condizione originaria di perfezione in Dio. Essa tuttavia non é la conclusione ultima e definitiva, perché dopo di essa ricomincerà la vicenda eterna, anche se non totalmente identica alle precedenti , come avevano preteso gli stoici, in quanto il libero arbitrio dei singoli , per definizione variabile, continua a essere fattore decisivo. 
In tal modo Origene innesta, sul fondo delle dottrine cristiane della trinità, della creazione e della redenzione, tematiche proprie della tradizione filosofica: in particolare, quelle neo – platoniche della gerarchia delle ipostasi divine, della gerarchia parallela dei livelli dell’ anima, della caduta e del ritorno e quella stoica dei cicli successivi dell’ universo. 
Anche quest’ ultimo punto incappò nell’ accusa di eresia, così come pure l’ affermazione di una resurrezione puramente spirituale, che non avrebbe coinvolto il corpo. 
Anche per questo aspetto di svalutazione del corpo la tesi di Origine presenta forti risonanze platoniche. 
 
La Chiesa condannò la reincarnazione durante il Concilio indetto dall’imperatore Giustiniano nel 553 d.C. 
Venne cancellata la dottrina e vennero condannati gli scritti sulla reincarnazione (qualcuno aggiunge che all’epoca fossero già inclusi nel breviario). 
E’ importante inoltre ricordare che la decisione conciliare venne presa senza il consenso del papa d’allora, Vigilio, il quale, anche se ritrovava a Costantinopoli, non partecipò alla seduta.
Alcuni studiosi affermano che Giustiniano fu indotto a prendere questa decisione dalla moglie Teodora da lui considerata la sua migliore consigliera. 
Altri ritengono che la bolla Giustiniana fu favorita anche dal fatto che nel 537 la Chiesa era divisa da numerose controversie ed eresie. 
Chi giudica veritiero che i primi cristiani credessero nella reincarnazione non esclude che nella sentenza di condanna, che fu pronunciata con il consiglio di Costantinopoli, influirono in modo determinante considerazioni di carattere politico-sociale-economico che nulla avevano a che fare con la spiritualità.