mercoledì 23 marzo 2016

ALTARE ARGENTEO DI SAN GIOVANNI-MUSEO 
DELL'OPERA DEL DUOMO DI FIRENZE 


l battistero fiorentino, tempio del protettore della città Giovanni Battista, aveva un paliotto argenteo per l'altare maggiore almeno dal XIII secolo. La ricca Arte di Calimala, che patronava l'edificio, decise nel 1366 di commissionare un'opera più sontuosa, disfacendosi del vecchio manufatto, che venne distrutto per recuperare metallo prezioso. L'iscrizione alla base ricorda la data di avvio dei lavori.
I documenti di pagamento citano vari nomi di orefici (senza però specificare quale parte dell'altare avessero compiuto). In questa prima fase si registrano i nomi di Leonardo di ser Giovanni, forse ideatore del complesso coi rilievi delle storie del Battista, Betto di Geri, Cristofano di Paolo e Michele di Monte, che completarono il loro lavoro entro la fine del secolo. È pressoché impossibile attribuire le singole parti a questi nomi, che restano oscuri poiché non documentati in altre opere. Lo stile tuttavia è riconducibile all'influenza di Andrea Orcagna e dei suoi fartelli, con una narrazione sciolta e chiara, che sacrifica a volte i valori di plasticità e realismo.
Per tutto il XIV secolo il paliotto argenteo decorava l'altare maggiore (addossato alla parete della scarsella), e in seguito venne usato per allestire un altare mobile che due volte all'anno era posto al centro del tempio (il 13 gennaio, festa del battesimo di Cristo e il 24 giugno, festa di san Giovanni), su cui era esposto il tesoro di oggetti liturgici e reliquiari del battistero.
La Decollazione del Battista di Verrocchio prima dei restauri
Dal 1441 sono registrati ampliamenti, per i quali sono invece documentati i singoli artefici specifici. Innanzitutto fu creata da artisti della bottega di Lorenzo Ghiberti (in particolare Matteo di Giovanni e Tommaso Ghiberti, 1445-1452) l'edicola centrale, dove fu collocata, nel 1452 la statua del santo opera di Michelozzo, il quale scelese uno stile volutamente attardato, per meglio armonizzarsi nel complesso esistente. Nel 1477 si decise di dotare il paliotto di due fianchi che lo trasformassero in un vero e proprio altare autonomo, creando quindi quattro formelle supplementari. Nonostante si fosse disputato un concorso, alla fine di decise di ripartire il lavoro tra quattro botteghe, attenendo una formella da Bernardo Cennini, una da Antonio del Pollaiolo, una da Antonio di Salvi Salvucci e una da Andrea del Verrocchio. L'opera venne completata nel 1483, quando la bottega di Giuliano da Maiano produsse le due cornici linee all'antica, intagliate e dorate, che completano il profilo superiore e inferiore dell'altare.

Sicuramente non si badò a spese: l'Arte di Calimala impiegà quasi 400 chili d'argento, impreziositi da smalti e dorature.
Restano descrizioni delle esposizioni del tesoro, tra cui una particolarmente antica di Piero Cennini, figlio dell'orafo Bernardo, il cui l'altare è descritto come umbiculus urbis, il centro della città, capace di incarnare non solo lo spirito religioso, ma anche il potere economico della comunità. Chi vistava il battistero il 13 gennaio (giorno del Perdono), riceveva l'indulgenza plenaria, concessa nel 1413 dall'antipapa Giovanni XXIII e confermata poi dai papi Martino V ed Eugenio IV. Un'esposizione straordinaria si teneva poi il 6 novembre, a commemorazione della dedicazione del battistero nel 1059 da parte di papa Niccolò II.