sabato 9 aprile 2016

LORENZO IL MAGNIFICO
GLI AMORI DI VENERE E DI MARTE




Venere parla.
Su, ninfe, ornate il glorioso monte
di canti e balli e resonanti lire;
fate di fior grillande alme alla fronte:
ché mi par Marte, amico mio, sentire,
e dalla plaga lattea su nel cielo visto
ho la stella sua lieta apparire.
Spargete all’aura i crini avvolti in velo,
e liete tutte nel fonte acidalio
graziose vi lavate il volto e ’l pelo.
Le sacre Muse dal licor castalio
di dolci carmi piene inviterete.
Stendete i drappi, ornate il ciel col palio.
Bacco e Sileno mio liete accogliete:
e se Cerer non è sdegnata ancora
per Proserpina sua, la chiamerete.
Va’, Climen, ninfa mia, dall’Aurora:
digli che indugi alquanto il bel mattino:
lieta col suo Titon facci dimora.
Tu, Clizia, andrai nel bel monte Pachino;
tu nel Peloro, e tu nel Lilibeo:
guardate di Sicilia ogni confino;
sí che Vulcano mio fabro flegreo
con Marte non mi trovi in adultèro,
donde fabula sia poi d’ogni deo.
Ascondi, Luna, il lucido emispero:
voi per le selve non latrate, o cani,
sí che d’infamia non si scuopra il vero.
Vien, lieta notte: e voi, profundi Mani,
scurate l’ora: e tu, figliuol Cupido,
mi do nelle tue braccia, in le tue mani.
Con le tue dolci fiamme ardente rido;
fa lume a Marte mio sposo e signore ;
tu mi feristi, Amor; di te me fido.
Marte, se oscure ancor ti paron l’ore,
vienne al mio dolce ospizio, ch’io t’aspetto;
Vulcan non v’è che ci disturbi amore.
Vien, ch’io t’invito nuda in mezzo il letto:
non indugiar, che ’l tempo passa e vola:
coperto m’ho di fior vermigli il petto.
Vienne, Marte, vien via, vien ch’io son sola.
Togliete i lumi; il mio mai non lo spengo:
non sia chi piú mi parli una parola.
Venuto Marte, parla cosí
Non qual nimico alle tue stanze vengo,
Vener mia bella, ma sanz’arme o dardo;
ché contro a’ colpi tua null’arme tengo.
Altra cosa è veder un lieto sguardo
d’uno amoroso lume, ovunque e’ vada,
che spada o lancia o vessillo o stendardo.
« Amor regge suo impero sanza spada »;
coperto no, ma vuole il corpo ignudo,
dolce contento a seguir quel che aggrada.
Odil parlar, non dispietato o crudo,
ma dolce in sé, qual di pieta si colga:
e questa l’arme sia, la lancia e ’l scudo.
Intorno al col suo bianco treccia avvolga,
degli ardenti amator dura catena
e forte laccio che giamai si sciolga.
Baciar la bocca e la fronte serena,
i dua celesti lumi, e ’l bianco petto,
la lunga man d’ogni bellezza piena;
altra cosa è giacer nell’aureo letto
con la sua dolce amica, e cantar carmi,
che affaticar il corpo a scudo e elmetto;
gustar quel frutto che può lieto farmi,
ultimo fin d’un tremante diletto.
Tempo è d’amar, tempo è da spade ed armi.
. . . . . . . . . . . .
Il Sole gli scuopre in quella:
Ingiuria è grande al letto romper fede:
non sia chi pecchi in dir — chi ’l saprá mai?
ché il sol, le stelle, il ciel, la luna il vede.
E tu che lieta col tuo Marte stai,
né pensi, il ciel di tua colpa dispone:
cosí spesso un gran gaudio torna in guai.
Ogni lungo secreto ha sua stagione:
chi troppo va tentando la fortuna,
s’allide in qualche scoglio, è ben ragione.
Correte, o ninfe, a veder sol quest’una
adulterata Venere impudica
e ’l traditor di Marte: o stelle! o luna!
Giove, se non ti par troppa fatica,
e con Giunon tua gelosa al furto viene:
non pecchi alcun, se non vuol che si dica.
Vieni a veder, Mercurio, le catene,
acciò riporti in ciel di questo e quella:
ché nul peccato mai fu sanza pene.
Pluto, se inteso hai ancor questa novella,
con Proserpina tua lassa l’ inferno;
ascendi all’aura relucente e bella.
Alme che ornate il bel paese eterno
de’ campi elisi, al gran furto venite:
convien si scuopra ogni secreto interno.
Glauco, Nettunno, Dori, Alfeo, corrite
al tristo incesto, e Ino e Melicerta
con le driade e ’l gran padre d’Anfìtrite;
acciò che in terra, in mare e in ciel sie certa
infamia tal d’una malvagia dea,
e grave strupo e inonestate aperta.
Vulcan, vieni a veder tua Citerea,
come con Marte suo lieta si posa,
e rotta t’ ha la fede e fatta rea.
Debbe al consorzio tuo esser piatosa,
ad altri no: ma gli è fatica grave
poter guardare una donna amorosa;
ché se lei vuol, non fia chi mai la cave.
Tu dormi forse; ma se ’l suono hai inteso,
vieni a veder di lei l’opere prave.
Lassa Sicilia e ’l tuo stato sospeso;
ché patir tanta ingiuria onor t’è poco:
vendetta brama Iddio d’un core offeso.
Vulcano, parla:
Non basta avermi il ciel dall’alto loco
gittato in terra e da lor mensa privo,
fatto fabro e dio del caldo foco;
ché per più pena mia ciaschedun
divo cerchi straziarmi, e dimostrar lor pruove:
ma tanta ingiuria mai non la prescrivo.
Io pure attendo a far saette a Giove
sudando intorno all’antica fucina,
e Marte gode mie fatiche altrove.
Venere, Vener mia, spuma marina,
tu Marte adulter, pena pagherete,
ché grave colpa vuol gran disciplina.
. . . . . . . . . . . .