martedì 26 aprile 2016

PIERO GOBETTI UN MARTIRE DELLA DITTATURA 

FASCISTA




Piero Gobetti, nasce a Torino il 19 giugno 1901 e morì a soli 25 anni in Francia a Neully-sur-Seine dove era stato costretto a rifugiarsi in esilio a causa del suo manifesto antifascismo che non lo faceva vedere di buon occhio nella Penisola dove ormai era iniziato il regime fascista.
Fu giornalista e noto antifascista di orientamento liberale, aderente a quella sinistra progressista, nell’ambito del liberalismo italiano, che aveva garantito l’unificazione del Paese.
I suoi genitori gestivano nella città di Torino una drogheria, e lavoravano fino a 18 ore al giorno per offrire al figlio la possibilità di poter vivere senza preoccupazioni economiche e poter studiare.
Nel 1916 inizia a frequentare il liceo classico Vincenzo Gioberti, dove conosce Ada Prospero, che diverrà sua moglie. Come insegnate di filosofia ha Balbino Giuliano, che collabora come redattore alla rivista ‘L’Unità’ di Gaetano Salvemini, legato all’ambiente socialista e meridionalista. Le lezioni del professor Balbino, ispirarono i sentimenti patriottici del giovanissimo Piero Gobetti, che nell’estate del 1918, un anno prima del dovuto, si diploma e parte volontario per La Grande Guerra.
Finita la guerra Piero si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino, dove si laurea con pieni voti nel giugno 1922. Tra i suoi professori c’è Luigi Einaudi, che sarà futuro presidente della Repubblica Italiana e che alimenterà il pensiero liberista di Gobetti, che vorrebbe lo Stato lontano dalle questioni private ed economiche.
Nel novembre 1918 esce la rivista, da lui fondata, Energie Nove, grazie alla quale Piero desiderava portare una fresca onda di spiritualità nella cultura del suo tempo. La rivista riprendeva sia le idee liberali e anti-stataliste di Einaudi che auspicava poca ingerenza della stato nella vita economica e nella proprietà privata.
Gobetti cercava con i suoi scritti di rendere una nuova linfa sia vitale che morale a un’Italia che sembrava averla perduta. La popolazione non era più consapevole della sua storia, della sua morale e del suo genio, e occorreva riformarla, a partire dalla classe dirigente, che sanciva il suo grande distacco dalla società culturale, cosa che ormai non era più plausibile. Il Paese era intanto dilaniato dai conflitti tra operai e borghesia, tanto che i disordini sociali sembravano aver riportato l’Italia alla condizione che aveva durante la guerra.
Nell’aprile del 1919 Gobetti si incontrò con Salvemini, per dirigere una linea comune e unitaria che unisse il liberalismo alla democrazia. Era un tentativo di riunire tutte le forze democratiche del Paese, sotto la guida di due scrittori e giornalisti eccellenti, che si stimavano l’un l’altro, come appunto Gobetti e Salvemini.
Questa idea si trasformo nella formazione politica ‘Lega Democratica’, che però non raggiunse nessun risultato elettorale nelle elezioni del 1919. L’idea fu infatti definita dai socialisti e dai liberali come qualcosa di utopico, priva di fondamento, a causa dell’eccessivo idealismo politico e sociale di Piero, che desiderava rieducare la popolazione italiana utilizzando come strumento la politica.
Con i disordini operai e i sentimenti traditi degli ex combattenti, spinti soprattutto dall’estrema destra nazionalista e dal poeta D’Annunzio, che sognavano una vittoria molto più grande di quella che c’era stata nella Grande Guerra, certamente un ideale filosofico come quello che voleva portare la ‘Lega Democratica’, poteva sembrare anacronistico e non interessava ne la popolazione che era alla fame, ne gli ex combattenti che sognavano nuova gloria, ne gli operai, che sognavano riforme o addirittura una rivoluzione marxista.
Si stava infatti sviluppando in Russia la rivoluzione bolscevica, fenomeno interessante che Gobetti non perse occasione di studiare, vedendo come gli operai venivano spinti dall’ideale marxista, al quale Piero si avvicinò, anche se solo culturalmente.
Per questa ragione iniziò a studiare il russo, e a frequentare intellettuali comunisti, come Antonio Gramsci, di cui ebbe una grandissima stima.
Rifiutato l’incarico che gli aveva affidato Salvemini di prendere la guida della rivista L’Unità, riprende la stesura di Energie Nuove cercando di sviluppare alcuni temi che gli erano molto a cuore, come appunto il risveglio culturale nel segno dell’antipositivismo idealistico, il passaggio dall’industria di guerra, ormai desueta, all’industria di pace, l’antiprotezionismo, l’antigiolittismo e l’antistatalismo.
Auspicava una riforma scolastica e sociale, citando più volte il pedagogista Lombardo Radice, che sognava una formazione scolastica di stampo molto più incentrato sul cittadino come abitante e agente della polis che come persona che deve rispettare le leggi e saper scrivere, leggere e far di conto.
I suoi scritti si muovevano continuamente tra liberalismo progressista e socialismo, fu sempre molto sensibile alle tematiche legate ai lavoratori, e ammirava l’Unione Sovietica, dove i proletari avevano sviluppato una “coscienza di classe” e si erano adoperati per governare loro stessi la nazione e le fabbriche in cui lavoravano. Era quella che si poteva definire un passaggio all’età adulta di una popolazione che era sempre stata sottomessa a leggi inique.
Da un punto di vista amministrativo, si dimostrò contrario al regionalismo, auspicando però in maggiori poteri delle provincie e dei comuni, gli enti che erano più vicini ai cittadini, in quanto conoscevano più approfonditamente i cittadini che amministravano al contrario dello stato unitario che dalla capitale Roma spesso non conosceva le realtà presenti in Italia meridionale, in Sicilia e in Sardegna.
Durante il 1921 inizia a collaborare con Ordine Nuovo, il giornale della fazione comunista del partito socialista, scrivendo di teatro e continuando il rapporto di amicizia con Gramsci che continuava ad ammirarlo come scrittore.
Nel febbraio del 1922 esce il primo numero del suo nuovo settimanale, “Rivoluzione Liberale”, che riprende i temi di “Energie Nuove”, cercando di riunire insieme la borghesia progressista e il movimento operaio. La rivista divenne uno degli organi di maggior diffusione antifascista, suscitando le ire dello squadrismo e delle frange più estreme del regime che non mancarono occasione di mostrare la loro ostilità facendo ricorso anche alla forza.
Nel frattempo si laurea nel giugno del 1922 a pieni voti in giurisprudenza all’Università di Torino, approfondendo i temi di economia e di filosofia politica con una tesi su La filosofia politica di V. Alfieri, discussa con Solari e pubblicata nel 1923.
Con l’avvento al potere del regime fascista, dopo la messa in scena del colpo di stato e della marcia su Roma del 28 ottobre 1922, iniziò il disfacimento del vecchio Stato liberale. Questo convinse Gobetti a orientare la sua rivista in chiave antifascista avvicinando tutti i militanti dell’area laico-democratica.
Questo suo movimento si contrappose a quello di coloro che si ritirarono in un assoluto silenzio, non volendo prendere parte alle violenze dello Stato fascista e non volendo neanche combatterlo ne con la stampa ne con le armi. Di questa frangia faceva parte l’intellettuale democratico Prezzolini, che all’inizio aveva collaborato con Gobetti, ma se ne discostò a causa di questa sua presa di posizione.
Piero Gobetti fece invece sentire la sua voce il 23 novembre del 1922 pubblicando l’articolo Elogio della ghigliottina, dove denunciava il fatto che il fascismo aveva introdotto un fossato incolmabile tra libertà e tirannia reazionaria.
Di questo doveva essere consapevole la popolazione, che non doveva credere alla falsa demagogia populista del regime, ma verificare cosa questo realmente aveva intenzione di fare. In questa maniera Gobetti auspicava, che come in Russia, la borghesia progressista e il mondo operaio e contadino, riuscissero ad acquisire la loro coscienza politica, in modo da non farsi schiacciare dalle false promesse.
Scrisse provocatoriamente: “Chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro”.
L’11 gennaio del 1923 Piero Gobetti si sposa con il suo amore fin dai tempi del liceo, cioè Ada, con la quale viaggio per l’Italia instaurando forti collaborazioni con i circoli antifascisti, in modo da formare una rete che potesse contrastare il regime.


Il 6 febbraio Piero viene però arrestato, a causa della sua collaborazione con il giornale comunista Ordine Nuovo e per attività che vengono definite dai fascisti antinazionali. Da quel momento la sede di Rivoluzione Liberale fu sempre controllata e gli scrittori visti con sospetto dalla prefettura torinese che era stata incaricata direttamente da Benito Mussolini di rendere la vita difficile a Gobetti e ai suoi collaboratori.
Nel giugno del ‘24, con la scomparsa del segretario del Partito Socialista Unitario, il giornale di Piero Gobetti divenne la punta della lancia che colpiva al fianco il regime fascista, ritenuto responsabile di ciò che era capitato al povero segretario socialista. La colpa, secondo il giornale, era tutto da imputare a Mussolini e al regime fascista, e Piero non perse l’occasione per metterlo per iscritto su Rivoluzione Liberale.
Da quel momento però Gobetti diventa il nemico numero uno del regime fascista, e gli squadristi non mancarono occasione di fare irruzione nella sede del giornale per pestarlo a sangue lasciandolo quasi in fin di vita.
Non valse a niente il suo esilio forzato in Francia, in quanto i colpi subiti gli furono fatali a causa della malattia cardiaca che aveva contratto.
Una delle menti più geniali d’Italia se ne andava, a causa di un regime che non permetteva opposizioni e non voleva degli intellettuali, ma dei sudditi, che non si opponevano, non parlavano, ma solo osannavano Mussolini e il fascismo.