sabato 9 aprile 2016

     NESSONO TOCCHI CAINO         

no alla pene di morte ...............     





1.  LA STORIA DELLA SETTIMANA : ROMA: PRESENTAZIONE DELL’APPELLO DI NESSUNO TOCCHI CAINO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO RENZI IN VISITA IN IRAN 2.  NEWS FLASH: APPELLO DI NESSUNO TOCCHI CAINO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO RENZI IN VISITA IN IRAN 3.  NEWS FLASH: AMNESTY INTERNATIONAL: NEL 2015 RECORD DI ESECUZIONI CAPITALI 4.  NEWS FLASH: TEXAS (USA): GIUSTIZIATO PABLO LUCIO VASQUEZ 5.  NEWS FLASH: SUDAN: 22 SUDANESI DEL SUD CONDANNATI A MORTE PER TERRORISMO 6.  I SUGGERIMENTI DELLA SETTIMANA :


ROMA: PRESENTAZIONE DELL’APPELLO DI NESSUNO TOCCHI CAINO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO RENZI IN VISITA IN IRAN La conferenza stampa di presentazione dell’Appello si svolgerà lunedì 11 aprile 2016, ore 15.45 in Via di Torre Argentina 76, 00186 Roma (terzo piano)

Partecipano:
Giulio Maria Terzi di Sant’Agata, ex Ministro degli Affari Esteri Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di Nessuno tocchi Caino Aldo Forbice, Giornalista

Alla vigilia della visita in Iran del Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, prevista per il 12 e 13 aprile, Nessuno tocchi Caino presenta un Appello di prestigiose personalità del mondo della cultura al premier italiano perché negli incontri coi massimi rappresentanti della Repubblica Islamica affronti la questione dei diritti umani e, in particolare, della pena di morte, di cui il regime dei mullah è primatista mondiale.
Nel corso della conferenza stampa verranno anche illustrati i dati sulle esecuzioni effettuate in Iran nel 2015 e nei primi tre mesi del 2016, dai quali emerge una escalation senza precedenti nella pratica della pena capitale sotto la presidenza Rouhani.


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NESSUNO TOCCHI CAINO - NEWS FLASH

APPELLO DI NESSUNO TOCCHI CAINO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO RENZI IN VISITA IN IRAN Nella recente visita in Italia del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Hassan Rouhani e dagli incontri coi massimi rappresentanti della Repubblica Italiana è chiaramente emerso l’auspicio formale a stabilire più regolari relazioni politiche e diplomatiche e, ancor più chiaramente, l’interesse sostanziale a stabilire rapporti più propizi di cooperazione economica e commerciale tra i due Paesi.
È invece rimasta del tutto coperta da un velo di reticenza (come quello steso sulle statue nude dei musei capitolini) la situazione indecente dei diritti umani nel regime dei Mullah che, per indicare una parte per il tutto, è da decenni in cima alla triste classifica dei primi “Paese-boia” del mondo e che ha stabilito il record assoluto di impiccagioni proprio quando il “moderato” Rouhani è diventato presidente.
Vogliamo che il Presidente del Consiglio sia consapevole anche di questa faccia della realtà che connota la Repubblica Islamica che si appresta a visitare.
Al Capo del Governo di un Paese riconosciuto da tutti nel mondo come il campione della battaglia per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali e per l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale chiediamo di porre al centro di ogni incontro con i massimi rappresentanti iraniani la questione del rispetto dei Diritti Umani universalmente riconosciuti e di usare questa preziosa occasione per denunciare le violazioni più gravi, tra cui:
• l’allarmante uso della pena di morte, applicata anche nei confronti di imputati minorenni, in aperta violazione di patti e convenzioni internazionali che l’Iran ha ratificato; • la discriminazione delle minoranze religiose, con particolare riferimento alle sofferenze dei Baha’i e dei cristiani; • la persecuzione delle minoranze sessuali e, in particolare, degli omosessuali, puniti anche con la pena capitale; • l’invocazione alla distruzione dello Stato di Israele e il negazionismo della Shoah, promossi soprattutto dalla Guida Suprema Alì Khamenei e ribaditi anche recentemente, quando l’Iran ha effettuato l’ennesimo test missilistico, in piena violazione della Risoluzione ONU 2231 (sui missili lanciati era scritto in ebraico e in arabo: “Israele sarà cancellato dalle mappe”); • gli arresti di attivisti per i diritti umani e oppositori politici di cui chiedere la immediata liberazione; • la discriminazione legale nei confronti della donna, la cui testimonianza in un processo e la stessa vita in caso di assassinio valgono giuridicamente metà di quella dell’uomo.
Siamo convinti che affermare i propri valori nel dialogo con chi ne ha di opposti sia non solo giusto ma anche conveniente per il rispetto massimo e una più alta considerazione che sempre guadagna chi si dimostri essere esigente, coerente e forte nelle proprie convinzioni, rispetto a chi invece mostri di essere indulgente, indifferente e impotente.


AMNESTY INTERNATIONAL: NEL 2015 RECORD DI ESECUZIONI CAPITALI
6 aprile 2016: nel corso del 2015 sono state giustiziate più persone che in qualsiasi altro anno dell'ultimo quarto di secolo. E' quanto rivelano i dati del rapporto sull'uso della pena capitale nel mondo, diffuso da Amnesty International.
Maggiori responsabili di questa impennata delle esecuzioni sono Iran, Pakistan e Arabia Saudita. Nel 2015 sono stati messi a morte da 25 Paesi almeno 1.634 prigionieri, il 54% in più rispetto all'anno precedente.
Il dato del 2015 non comprende la Cina, Paese che tratta le informazioni sulla pena di morte come segreto di Stato.
Con i dati relativi alla Cina non disponibili, il Pakistan è in cima alla lista dei Paesi boia.
In Nord Africa e Asia Occidentale le esecuzioni sono aumentate del 26%. L’Iran ha effettuato l’82% delle esecuzioni nella regione mentre in Arabia Saudita le esecuzioni sono aumentate del 76% rispetto al 2014.
Il Pakistan ha proseguito nella scia di omicidi di Stato iniziata nel dicembre 2014 con la fine della moratoria sulle esecuzioni di civili. Nel 2015 sono stati impiccati nel Paese 326 prigionieri, ha registrato Amnesty International.
Gli Usa restano l’unico Paese del Nord America a praticare esecuzioni.
Altri quattro Paesi hanno invece abolito nel 2015 la pena di morte per tutti i reati, portando a 102 il numero dei Paesi abolizionisti.


TEXAS (USA): GIUSTIZIATO PABLO LUCIO VASQUEZ
6 aprile 2016: Pablo Lucio Vasquez, 38 anni, ispanico, è stato giustiziato in Texas.
Era accusato, e aveva ammesso, di aver ucciso il 19 aprile 1998 un ragazzino di 12 anni, David Cardenas, per rubargli un anello d’oro e una catenina.
La difesa aveva puntato sulla disabilità intellettiva.
Pochi istanti prima di essere giustiziato, Vasquez ha rivolto lo sguardo ad alcuni parenti della vittima e ha chiesto scusa. “Questo è il solo modo in cui posso essere perdonato, ottenete giustizia proprio adesso”.
Vasquez diventa il 6° giustiziato di quest’anno in Texas, il 537° da quando lo stato ha ripreso le esecuzioni nel 1982, l’11° di quest’anno negli Usa, e il n° 1433 da quando gli Usa hanno ripreso le esecuzioni nel 1977.


SUDAN: 22 SUDANESI DEL SUD CONDANNATI A MORTE PER TERRORISMO
6 aprile 2016: un tribunale anti-terrorismo di Khartoum ha condannato a morte 22 cittadini del Sudan del Sud e altri tre all'ergastolo per appartenenza ad un gruppo militante in Darfur.
"Il giudice li ha condannati a morte per impiccagione con l'accusa di terrorismo, lotta contro lo Stato, attacco armato contro lo Stato e sovvertimento dell'ordine costituzionale," ha detto alla Reuters Mahjoub Dawoud, avvocato della difesa.
Gli imputati appartengono al Movimento per la Giustizia e l'Eguaglianza, un gruppo ribelle basato in Darfur che ha preso le armi contro il governo sudanese nel 2003, sostenendo che la loro regione sia stata emarginata.
Il gruppo, guidato da Abdul Karim Bakhit (Dabjo), ha firmato un accordo di pace con il governo di Khartoum nel 2013.
Poco dopo l'accordo, il gruppo ha consegnato le sue armi al governo e in cambio il presidente sudanese, Omar Hassan al-Bashir, ha graziato membri del gruppo.
Tuttavia, la grazia presidenziale non ha incluso i 25 cittadini del Sud Sudan.
Il governo li considera come combattenti stranieri e li ha portati a processo per aver preso le armi contro il Sudan.
Gli avvocati difensori hanno detto che presenteranno appello contro la decisione del tribunale la prossima settimana, chiedendo alle autorità sudanesi di trattare i loro clienti come prigionieri di guerra.
Il Sudan accusa regolarmente il suo vicino di sostenere gli insorti nelle sue regioni del Darfur, Blue Nilo e Sud Kordofan.

Il Sudan del Sud, che si è separato dal Sudan nel 2011 dopo decenni di guerra civile alimentata da fattori etnici e petrolio, respinge le accuse e accusa Khartoum di armare milizie nel suo territorio.