giovedì 28 aprile 2016

       FILIPPO TURATI          

Filippo Turati (Canzo, 26 novembre 1857 – Parigi, 29 marzo 1932) è stato un politico e giornalista italiano, tra i primi e importanti leader del socialismo italiano, e tra i fondatori a Genova, nel 1892, dell'allora Partito dei Lavoratori Italiani (che diventerà nel 1893 a Reggio Emilia, Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, avendo ancora questo nome al convegno di Imola (BO) nel 1894 e nel 1895 con il congresso di Parma Partito Socialista Italiano).
La vita
Figlio di un alto funzionario statale di idee conservatrici e altoborghesi, il giovane Filippo nacque e visse i suoi primi anni intorno a una piccola cittadina vicino a Como. Studiò quindi al liceo classico Ugo Foscolo di Pavia e sin da giovanissimo collaborò con delle riviste d'orientamento democratico e radicale. Si trasferì poi a Bologna, per laurearsi in giurisprudenza e diventare avvocato nel 1877. L'anno successivo si trasferì definitivamente a Milano, dove conobbe note figure intellettuali quali il politico di ispirazione mazziniana-repubblicana Arcangelo Ghisleri o il filosofo psicologo Roberto Ardigò. Qui iniziò anche una carriera di pubblicista e critico letterario.
Anna Kuliscioff
La sua linea politica fu determinata sia dallo stretto rapporto con gli ambienti operai milanesi, sia dalle idee marxiste di una sua amica, la compagna ucraino-russa Anna Kuliscioff, che conobbe intorno al 1882-1884. Quest'ultima, separata da poco dal marito (il politico Andrea Costa), si legò poi sentimentalmente a Turati per tutta la vita, sebbene non si fossero mai sposati e non avessero mai avuto figli. Le loro idee politiche coincidevano poiché entrambi si ispiravano alla dottrina marxista.
Il Partito Operaio Italiano
Nel 1886 Turati sostenne apertamente il Partito Operaio Italiano, che fu fondato a Milano nel 1882 dagli artigiani Giuseppe Croce e Costantino Lazzari, per poi fondare nel 1889 la Lega Socialista Milanese, ispirata a un marxismo non dogmatico e che rifiutava pubblicamente l'anarchia.
In questo contesto Filippo Turati scrisse,nei primi mesi del 1886, l'Inno dei Lavoratori, su sollecitazione di Costantino Lazzari; fu pubblicato su "La Farfalla" (n. 10, 7 marzo 1886, Milano) e subito dopo dall'organo del Partito operaio italiano, "Il Fascio operaio" (a. IV, n. 118, 20 e 21 marzo 1886, Milano). La musica fu composta dal maestro Amintore Claudio Flaminio Galli [Perticara (Rimini), 12 ottobre 1845 – Rimini, 8 dicembre 1919 ] e la prima esecuzione pubblica avvenne a Milano il 27 marzo 1886 nel salone del Consolato operaio in via Campo Lodigiano a opera della Corale Donizetti. Fu il fondatore della rivista Critica Sociale che diresse dal 1891 al 1926.
Il Partito Socialista Italiano
Al congresso operaio italiano, tenutosi a Milano il 2 e 3 agosto 1891, si presentò con l'obiettivo scritto il 18 giugno sul numero unico del giornale Lotta di classe "di voler creare entro un anno un partito che unisse i lavoratori italiani" che nascerà il 14 agosto 1892. Lotta di Classe diventerà un periodico diretto formalmente da Camillo Prampolini, ma di fatto era guidato dalla coppia Turati-Kuliscioff. Turati inoltre collaborò, non senza contrasti, col periodico e con l'organo dei socialisti toscani La Martinella, diretto a Colle di Val d'Elsa, da Vittorio Meoni. Egli pensò inoltre a un organo in cui confluissero tutte le organizzazioni popolari, operaie e contadine: queste sue idee furono accolte nel congresso di Genova (1892), in cui nacque il Partito dei Lavoratori Italiani, divenuto poi "Partito Socialista dei Lavoratori Italiani" e Partito Socialista Italiano nel 1895, una formazione d'impronta classista e militante che utilizzava anche la lotta parlamentare per soddisfare le aspirazioni sindacali.
Fu segretario del partito, dal 1895 al 1896. Nel 1912, con il XIII congresso del Psi di Reggio Emilia, la corrente rivoluzionaria guidata da Benito Mussolini conquistò la maggioranza nel partito, ottenendo l'espulsione degli esponenti della destra socialista Leonida Bissolati e Ivanoe Bonomi ed eleggendo alla segreteria del partito il rivoluzionario Costantino Lazzari e Benito Mussolini, allora capo della corrente rivoluzionaria, a direttore dell'"Avanti!".


In Parlamento
Nonostante Francesco Crispi tentasse di bandire tutte le organizzazioni di sinistra, Turati - eletto deputato nel giugno 1896 - si fece fautore di un'apertura all'area repubblicana mazziniana e a quella radicale, nel tentativo di dare una svolta democratica al governo. Il 1º marzo 1899 fu dichiarato decaduto dal mandato parlamentare e messo agli arresti con l'accusa d'aver guidato la protesta dello stomaco di Milano, ma fu liberato il successivo 26 marzo in quanto rieletto alle elezioni suppletive, e fece ostruzionismo contro il governo reazionario di Luigi Pelloux.
Nel 1901, in sintonia con le sue istanze "minimaliste" (il cosiddetto programma minimo, che si poneva come obiettivi parziali riforme, che i socialisti riformisti intendevano concordare con le forze politiche moderate o realizzare direttamente se al governo), Turati appoggiò (ministerialismo) prima il governo liberale moderato presieduto da Giuseppe Zanardelli e successivamente (1903) quello di Giovanni Giolitti, che nel 1904 approvò importanti provvedimenti di legislazione sociale (leggi sulla tutela del lavoro delle donne e dei bambini, infortuni, invalidità e vecchiaia; comitati consultivi per il lavoro; apertura verso le cooperative). A causa, però, della politica messa in atto da Giolitti che favoriva solo gli operai meglio organizzati, la corrente di sinistra del PSI, capeggiata dal rivoluzionario Arturo Labriola e dall'intransigente Enrico Ferri, mise in minoranza la corrente di Turati nel congresso svoltosi a Bologna nel 1904.
La corrente riformista tornò a prevalere nel congresso del 1908 in alleanza agli integralisti di Oddino Morgari; negli anni seguenti Turati rappresentò la personalità principale del gruppo parlamentare del PSI, generalmente più riformista del partito stesso. In questa veste si ritrovò come l'interlocutore privilegiato di Giolitti, che stava allora perseguendo una politica di attenzione alle emergenti forze di sinistra. La crisi della guerra di Libia del 1911 provocò però una frattura irrimediabile tra il governo giolittiano e il PSI, in cui peraltro stavano di nuovo prevalendo le correnti massimaliste.
Fu favorevole all'interventismo dopo la disfatta di Caporetto del 1917, convinto che in quel momento la difesa della patria in pericolo fosse più importante della lotta di classe; questa posizione gli valse accuse di opportunismo e social-sciovinismo da parte di Lenin. Nel dopoguerra e dopo la Rivoluzione d'ottobre il PSI si spostò sempre più su posizioni rivoluzionarie, emarginando i riformisti; nell'ottobre 1922 Turati fu infine espulso dal partito e diede vita insieme a Giacomo Matteotti al Partito Socialista Unitario, insieme con Giuseppe Modigliani e Claudio Treves. A seguito del delitto Matteotti partecipò alla secessione dell'Aventino.
La fuga in Francia
A una anno dalla morte della sua amata Anna Kuliscioff e deluso dalla ascesa dei fascisti, Turati decise di lasciare l'Italia, attraverso una rocambolesca fuga. Nel 1926, dopo aver inutilmente richiesto la concessione del passaporto, decise nottetempo di lasciare la propria abitazione, da tempo ormai sottoposta a sorveglianza. Dopo aver scartato l'ipotesi di espatriare inizialmente in Svizzera, si decise infine (con l'aiuto di Italo Oxilia, Camillo e Adriano Olivetti, Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Carlo Rosselli) a fuggire con un motoscafo in Corsica, per poi da lì raggiungere Parigi. Qui svolse un'intensa attività antifascista, collaborando tra l'altro al quindicinale Rinascita socialista e collaborando con Pietro Nenni per la riunificazione del P.S.I. dal 1930 fino alla morte.
Le sue spoglie verranno riportate in Italia soltanto nel 1948, dove tutt'oggi riposano al Cimitero Monumentale di Milano.
Il pensiero politico
Filippo Turati si definiva marxista, interpretando la dottrina in maniera non dogmatica; l'emancipazione del proletariato costituisce l'obiettivo, ma si deve mirare ad ottenerla attraverso le riforme.
Tutto ciò che può portare a un miglioramento è buono, anche se calato dall'alto; il socialismo è la stella polare della società, ma sino al suo avvento è bene cooperare con il capitalismo. Vi sono situazioni in cui la cooperazione non va rifiutata dai socialisti, le riforme possono essere più positive della contrapposizione di classe; vi sono tanti socialismi che possono e devono adeguarsi ai vari stati e alle varie epoche.
Quello di Turati era un socialismo che rifiutava ogni suggestione del tutto e subito. Turati era, comunque, un socialista a tutti gli effetti perché aveva come obiettivo il trasferimento della proprietà dei mezzi di produzione in mano pubblica. Il proletariato non si può emancipare di colpo, non si può credere nell'"illuminazione" rivoluzionaria: non rivoluzione, ma evoluzione graduale.
Il tempo del socialismo è un lungo tempo storico fatto di mediazione e di ragionevolezza: il proletariato raggiungerà la maturità attraverso le riforme; il riformismo è lo strumento per arrivare alla consapevolezza e deve abituare il proletariato alla sua futura evoluzione. Compiti del riformismo sono quelli di educare le coscienze, di creare reale solidarietà tra le classi subalterne.
Per Turati, se il proletariato è ancora immaturo, la rivoluzione sarebbe dannosa: il massimalismo significa contestazione, non migliora la condizione del proletariato, non è detto che porti a dei risultati evocare una selvaggia lotta di classe; anzi, tale lotta di classe porterebbe alla distruzione dell'economia, costringendo il proletariato a una miseria ancora più cruda.
Turati era un pensatore pacifista: la guerra non può risolvere alcun problema. È avversario del fascismo ma anche della rivoluzione sovietica, che è un fenomeno geograficamente limitato e non esportabile e che non fa uso di intelligenza, libertà, e civiltà.
Per Turati il fascismo non è solo mancanza di libertà ma minaccia per l'ordine mondiale: egli individua elementi comuni tra fascismo e bolscevismo perché entrambi ripudiano i valori del parlamentarismo. In quest'ottica, vale la pena di fare un pezzo di strada assieme al liberalismo per difendere la libertà. Queste tesi erano in collisione con la categorizzazione, attuata fino al 1935 dal Comintern e dal Partito Comunista d'Italia, del riformismo e della socialdemocrazia come socialfascismo.