domenica 8 maggio 2016

GIOVANNI COLACICCHI
                                                                                                          
                                                        
                   



Anagni, 19 gennaio 1900 – Firenze, 27 dicembre 1992 .
Nato da nobile famiglia, figlio di Roberto, proprietario terriero, e Pia Vannutelli, discendente del pittore Scipione Vannutelli, passò gran parte della sua infanzia tra Roma e Firenze, fino alla conclusione dei suoi studi superiori, stabilendosi poi definitivamente a Firenze alla fine della prima guerra mondiale. Nel 1919 cominciò la sua carriera artistica di pittore come allievo di Francesco Franchetti. Grazie al suo maestro cominciò a frequentare gli ambienti artistici e culturali della città.
Fu tra i fondatori delle riviste culturali Rivista di Firenze (nel 1924 insieme a Giorgio de Chirico e Alberto Savinio) e Solaria (nel 1926, insieme a Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Carlo Emilio Gadda e Italo Svevo).
Nel 1924 sposa Amalia Zanotti, di nobile famiglia originaria del biellese, poi trasferitasi in Calabria con la famiglia, la quale fece conoscere a Colacicchi il territorio calabrese della Costa dei Gelsomini, tra Locri e Roccella Jonica, fonte d'ispirazione di molte sue opere. Nel 1930 allestisce la sua prima mostra personale, nella galleria Saletta Fantini a Firenze. Fece diversi viaggi per l'Italia da Venezia fino alla Calabria, a Parigi dove trascorse un lungo periodo di vita, fino al Sud Africa nel 1935, spinto dal desiderio di visitare luoghi lontani ed esotici e di superare il dolore per la separazione con la moglie. Di rientro in Italia, nel 1937 ebbe il primo figlio Piero e nel 1942 il secondo figlio Francesco da Flavia Arlotta (pittrice, originaria di Sorrento), che sposò poi nel 1952. Si trasferì per un certo periodo a Roma con la nuova famiglia, e lavorò nello studio di Renato Guttuso. Durante il periodo della guerra, influenzato dai tumulti dell'epoca, si unì al Partito d'Azione.

Dopo la guerra s'interessò alla teoria dell'arte, formando gruppi di discussione con intellettuali e artisti dell'epoca come Onofrio Martinelli. Dalla metà degli anni settanta, con la rivalutazione della critica nazionale dell'arte della prima metà del novecento, anche Colacicchi divenne noto e venne rivalutato il suo contributo nella sua opera artistica e culturale.
Le sue opere rappresentano grandi spazi aperti naturali con un forte senso di immersione nella natura stessa, grazie all'uso materico molto denso che le caratterizza. Dalla campagna di Anagni, suo luogo di nascita, a territori impervi e all'ora poco conosciuti della Calabria negli anni 40, generatori e figli di una cultura arcaica e mitologica del suo passato, fino al territorio selvaggio e incontaminato del Sudafrica. Dalle nature morte che immortalavano oggetti a lui cari, a quadri poetici che rappresentavano il mito e la figura umana. Nel suo primo periodo artistico, esordì nel 1924 con l'opera “La Malinconia” in stile realismo magico, influenzato dall'incontro con Giorgio De Chirico. Esordisce a livello nazionale con le sue prime opere nella mostra del Novecento Italiano nel 1926 a Milano, e da questo momento partecipa alle mostre del movimento “sarfattiano” nella veste di esponente del gruppo fiorentino, in opposizione alla corrente “strapaesana” della pittura classica ritrattista dei primi del novecento. Nel 1930 allestisce la sua prima mostra personale nella galleria fiorentina “Saletta Fantini”, a Firenze. Nel periodo tra il 1931 e il 1933 che trascorse ad Anagni, nascono alcuni dei suoi principali capolavori come "Fine d'estate" (1932) e "Santa Maria Egiziaca e Giacobbe e l'angelo" (1933). Altre opere le dipinse nel soggiorno parigino dal 1933, e successivamente in Calabria con opere che ritraevano i territori impervi e naturali del paesaggio calabrese, di vita popolare del luogo, e con le suggestioni del mito sul passato greco del territorio calabrese. Dal viaggio in Sud Africa il pittore fece numerosi paesaggi, tra cui i più famosi "Il faro di Monille Point" (1935) e "Gli esuli" (1935-1936), che testimoniano lo stato d'animo dell'artista, che contrapponeva i paesaggi straordinari naturali d'Africa, con l'inquietudine sentimentale della perdita, sia dell'amore che del suo paese natale. Ritornato in Italia, fu grazie all'amicizia instaurata col pittore Renato Guttuso, che iniziò a produrre opere di natura morta, che ritraevano oggetti personali quotidiani e provenienti dai suoi viaggi, di grande valore sentimentale per l'artista come a volerli immortalare nella sua memoria, attraverso la sua arte.