giovedì 5 maggio 2016

  MUSEO STIBBERT-FIRENZE    

                                     

                  







Frederick Stibbert amava la casa fiorentina sulla collina di Montughi. Quando non era immerso nei suoi disegni minuziosi - seduto nello studiolo accanto alla camera della madre Giulia o godendo del sole della primavera toscana in giardino, accovacciato accanto al tempietto egizio appena ultimato - girovagava per le grandi sale con gli occhi pieni dell’ingente quantità di costumi, sciabole e paratie che era riuscito ad accumulare. Scegliendo pezzo per pezzo con una cura maniacale. Del resto era il suo lavoro: disdegnava la carriera diplomatica, e forse anche la vita troppo agiata. A differenza dell’amico D’Annunzio, per lui le donne - a parte la mamma e le sorelle - erano relegate a un ambito circoscritto. Amava la bellezza nelle cose più che nelle persone, era affascinato dagli abiti esotici, dai tessuti preziosi che avevano il sapore di terre lontane. Un dandy bizzarro che si travestiva con gli abiti che collezionava: scozzese, arabo, samurai, la vita era una commedia burlesque e la sua casa il palcoscenico. Qui a Firenze, prima capitale del Regno, aveva trovato una buona compagnia. A metà dell’Ottocento la città era non solo la metà trasfigurata, neomedievale e neorinascimentale, che gli stranieri del grand tour andavano ricercando, ma anche luogo di scorci eccentrici, di dimore dal sapore esotico che gli agiati proprietari riempivano di cose, a testimonianza dei loro continui viaggi e dei lussi che potevano concedersi.