mercoledì 20 luglio 2016

PACINO DI BUONAGUIDA-L'ALBERO DELLA VITA-
GALLERIA PALATINA 

FIRENZE


L'Albero della Vita è un dipinto a tempera e oro su tavola (248x151 cm) di Pacino di Buonaguida, databile al 1305-1310.
L'opera, una grande tavola cuspidata, venne commissionata dalle Clarisse del convento di Monticelli a Firenze e venne trasportata nella nuova sede in via de' Malcontenti in occasione del trasferimento nel 1531. Con la soppressione nel 1808, la pala finì nel patrimonio di Montedomini, dove venne riscoperta nel 1849 e immediatamente trasferita alla Galleria dell'Accademia, che a quell'epoca raccoglieva le opere d'arte di Firenze di provenienza non medicea.
La commissione delle Clarisse è testimoniata anche dalla presenza di santa Chiara d'Assisi, sotto l'Albero, e di un'altra consorella, forse Agnese sorella di Chiara e badessa nel convento di Monticelli, in uno dei tondi cristologici.
La creazione della pala, dall'argomento complesso, è da mettere in relazione con le predicazioni di fra' Ubertino da Casale nel 1305, rappresentando una delle più antiche "summe" dei più importanti trattati della corrente spirituale francescana.
Il primo ad attribuire l'opera a Pacino fu Theodo, seguito poi da quasi tutta la critica, con le eccezioni di Berenson, che parlò di anonimo umbro-riminese, e Toesca, che la assegnò a una corrente giottesca con influssi oltremontani. Studi successivi, pur mantenendo l'attrribuzione a Pacino di Buonaguida, hanno messo in evidenza influssi riminesi o bolognesi nella vivacità della narrazione (Mario Salmi), mentre è evidente l'influsso della miniatura contemporanea, soprattutto nei medaglioni (Marcucci).

La stessa Marcucci propose la datazione al 1305-1310, in accordo con la presenza a Firenze di fra' Ubertino, confermata poi dalla maggior parte degli studiosi (Boskovits, Tartuferi, Freuler, Kanter). Smart propose il 1310-1315, mentre Spagnesi parlò addirittura della fine degli anni dieci del Trecento, ipotizzando nella parte inferiore la collaborazione del Maestro della Bibbia Trivulziana, senza però riscuotere molto seguito.
Il soggetto della tavola è tipicamente francescano e si ispira all'opuscolo di meditazioni del Lignum Vitae di Bonaventura da Bagnoregio, in cui l'antichissimo tema dell'Albero della vita si fondeva con la storia della croce di Cristo. Il testo infatti si divide in dodici "rami" o "frutti" e quarantotto capitoli o meditazioni, fedelmente riprodotti nel dipinto.
Al centro campeggia Cristo crocifisso, nella posizione realistica inaugurata pochi anni prima da Giotto nel Crocifisso di Santa Maria Novella, ma con una dolcezza derivata dall'esempio del Crocifisso di San Felice, con pochi accenni espressionistici come il sangue che scende lungo il tronco dell'Albero. Da ogni lato dipartono sei rami, da leggere da sinistra a destra e dal basso verso l'alto, alternatamente rossi e verdi con notazioni vegetali di stampo miniaturistico (Pacino era infatti anche un miniatore), dai quali pendono a sua volta quattro medaglioni ("frutti") con storie cristologiche, simboleggianti le virtù di Gesù, enunciate nei cartigli che corrono lungo i rami. Fa eccezione l'ultimo ramo in alto a destra, poiché il capitolo quarantotto è rappresentato nella cuspide: il paradiso.